«Lambrusco» viene da labrusca, la vite selvatica. E come per la Malvasia, sotto un solo nome convivono cose geneticamente diverse: la scienza ha mostrato che i «Lambruschi» non sono un’unica famiglia, ma almeno due gruppi con origini distinte.
La scoperta genetica: la vite selvatica dentro i Lambruschi
Uno studio del 2024 (Schneider, Ruffa, Tumino, Fontana, Boccacci, Raimondi, su Scientific Reports) ha confrontato 283 varietà coltivate con 65 individui di vite selvatica (Vitis vinifera subsp. sylvestris) del Nord Italia. Il risultato: 9 Lambruschi emiliano-romagnoli su 14, insieme all’Ancellotta, hanno un genoma «admixed», cioè con una netta componente di vite selvatica introgressa. Non è un caso: nacquero nelle terre allagate della pianura del Po (Emilia, Lombardia) e dell’Adige (Trentino), dove la selvatica prospera. Quattro di questi nove hanno perfino il fiore femminile, tratto arcaico della vite.
Al contrario, alcuni Lambruschi di collina — Grasparossa, Barghi, Montericco, del Pellegrino (o di Fiorano) — mostrano una bassa ascendenza selvatica: portano il nome, ma la loro origine non passa per la vite selvatica. E i «Lambruschi» del Nord-Ovest (Lambrusca di Alessandria, vittona, pignata, Lambruschetta) condividono solo il nome, per i caratteri «selvatici» dei loro frutti (molto pigmento e tannino).
Fonte: A. Schneider, P. Ruffa, G. Tumino, M. Fontana, P. Boccacci, S. Raimondi, «Genetic relationships and introgression events between wild and cultivated grapevines (Vitis vinifera L.): focus on Italian Lambruscos», Scientific Reports 14:12392 (2024).
Da dove vengono i nomi
I Lambruschi coltivati sono recenti: come varietà distinte compaiono per lo più solo dall’Ottocento. La fermentazione delle uve selvatiche è però documentata in Emilia già nel Seicento, e nel 1693 e 1748 è registrato il trasporto di uve lambrusche «nere e robuste» da Modena e da Sorbara alle cantine ducali. Nel periodo freddo fra Sei e Settecento, morte molte viti coltivate, si sarebbero usati semenzali di selvatica locale per la loro rusticità e resistenza al gelo. I nomi vennero dopo, quando servì distinguere i tipi: dal luogo (Sorbara, Montericco, Fiorano, Viadana), dalla famiglia (Barghi, Benetti, Corbelli, Maestri), o da un carattere dell’uva (grasparossa dal raspo rosso, salamino dal grappolo compatto e affusolato, oliva dagli acini allungati).
Le schede
Il gruppo di pianura, con l’impronta della vite selvatica:
- Lambrusco di Sorbara
- Lambrusco Salamino
- Lambrusco Maestri
- Lambrusco Marani
- Lambrusco Oliva
- Lambrusco Benetti
- Lambrusco di Corbelli
- Lambrusco a Foglia Frastagliata (Enantio)
- Ancellotta
Il gruppo di collina, a bassa ascendenza selvatica:
Le Lambrusche semi-selvatiche e minori:
- Lambrusca del Tiepido
- Lambrusca Bianca
- Lambrusca Rossa
- Lambrusca Dura
- Lambrusca Tre-Case
- Lambrusca della Bugadara
- Lambrusca Moscata
Molti altri biotipi locali (Viadanese, Villa Curta, Munari, Nobel, Picol Ross, Ruozzi, Montanaro, Cavazza, Gallassini, Mazzone, Fiorentino, Pieve di Colombaro, dal Peduncolo Rosso, dei Frati…) sono schedati singolarmente: si vedano gli hub dei vitigni regionali. Questa collana si arricchirà con le nuove attestazioni.

