Per lunghi secoli il Piemonte fu terra di transito fra la Penisola e la Gallia, percorsa da eserciti e dominazioni — Goti, Longobardi, Franchi, Saraceni — che lasciarono le campagne subalpine impoverite e inselvatichite. La frutticoltura, che gli autori latini (Catone, Varrone, Plinio, Columella, Palladio) già descrivevano come attività familiare fatta di innesto, potatura e conservazione, qui sopravvisse a lungo in forma minima.
Dalle abbazie ai brolii
Fu nei terreni dei monasteri — benedettini, cistercensi, certosini, cluniacensi — che, dopo le indispensabili bonifiche, nacque una frutticoltura organizzata. Le abbazie di Fruttuaria (San Benigno Canavese) e di Staffarda divennero aziende modello, dove i contadini liberi delle grange canalizzarono i terreni e sperimentarono nuove tecniche. Nei campi e ai bordi dei coltivi crescevano meli, peri, cotogni, fichi, pruni, peschi, albicocchi, azzeruoli, melograni, noci, castagni, olivi e mandorli.
La frutta come privilegio
Fino al Trecento i fruttiferi erano considerati alberi ornamentali e di lusso, da porre intorno alle dimore signorili: richiedevano spazio, competenze rare e comportavano rischi prima e dopo il raccolto. La frutta era così cibo riservato alle classi abbienti, coltivata nei pomerii e nei brolii (orti alberati). Lo dice bene il valore delle multe per i furti: rubare mele, pere, ciliegie e prugne era giudicato meno grave che rubare castagne e mandorle — di lunga conservazione — ma più grave che rubare fichi e pesche, forse più abbondanti. Solo verso la fine del Quattrocento la frutta raggiunse strati sociali più ampi.
Il recupero delle varietà
La salvaguardia sistematica comincia con il progetto nazionale del CNR (1980) «Difesa delle risorse genetiche delle specie legnose», cui partecipò l’Università di Torino. Negli anni Novanta la Regione Piemonte creò campi collezione di melo e ciliegio; l’Università trasferì il germoplasma all’azienda Tetti Grondana di Chieri (melo, pesco, susino, ciliegio, mandorlo) e al campo di Cussanio di Fossano (pero). Nel 1998 la Scuola Malva Arnaldi di Bibiana raccolse in un conservatorio le accessioni di melo e pero di tutta la regione. Il castagno piemontese è custodito al Vivaio Regionale di Chiusa Pesio, e fra i nòccioli spicca la selezione della Tonda Gentile Trilobata. Non mancano casi di vera valorizzazione di mercato, come l’albicocca Tonda di Costigliole.
Fonte: Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani, vol. I (coord. C. Fideghelli), CREA, 2016, capitolo Piemonte (R. Botta, G. L. Beccaro, M. G. Mellano, G. Giacalone, L. Ricci, N. Valentini).











