Ortive storiche dell’Emilia-Romagna

Storia e Storie di Sementi e dell’Orticoltura in Emilia-Romagna

Una Biodiversità Inaspettata dal Passato

Tra il XVI e XVII secolo, in Italia, l’interesse letterario per la coltivazione della terra trova espressione in numerose opere. Come ricorda Filippo Re (1809), “all’Italia devesi l’invenzione degli almanacchi per istruire la gente in agricoltura”. Questa produzione scritta è probabilmente conseguenza di un periodo florido per la diffusione nella penisola di svariate coltivazioni esotiche tra cui spinacio, melanzana, carciofo (dal XIV sec. d.C.), cavolfiore, zucche di origine americana, peperone, pomodoro e patate (dal XVI sec. d.C.), le cui novità varietali saranno ampiamente commerciate e coltivate a partire dal XVII secolo anche negli orti domestici.

Le Prime Testimonianze in Romagna

Per quanto riguarda la Romagna, riveste un certo interesse l’opera di Bernardino Carroli, Il giovane ben creato, scritto tra il 1581 e il 1583. Nel terzo libro riporta il dialogo tra il curato di Santerno (RA), Girolamo Magni, e un giovane contadino di nome Matteo, a cui vengono rivolti insegnamenti sul vivere cristiano e sull’agricoltura.

Il curato illustra quali sono le colture più indicate per la zona e a proposito dell’orto consiglia di disporre in piccoli appezzamenti (quadri) i vari tipi di ortaggi, dedicando un quadro per categoria:

  • Per gli ortaggi che si mangiano cotti in minestra (biete, bettonica, spinaci, crespino, salvia sclarea, prezzemoli)
  • Per quelli che si adoperano in insalata (lattuga, indivia, borragine, lattuga romana)
  • Per le insalate per l’inverno e per l’estate (pimpinella, acetosa, erba stella, radicchi, cicoria, cerconcello, melissa, rucola, citronella)
  • Un altro per gli “erbammi oleosi” (maggiorana, menta, timo serpillo, viole, basilico)
  • Un altro ancora per gli ortaggi da radice (rape e carote)
  • Uno per le fave grosse, ceci e piselli
  • Uno per i cavoli e un altro per i “carciofoli” (carciofi)
  • Anche cipolle, agli e scalogni vanno tenuti separati

Infine consiglia di piantare meloni, zucche e cocomeri fuori dall’orto, ma vicino a casa, perché occupano molto spazio, e di mettere una fila di avellani (noccioli) sul fosso dell’orto, nonché rosmarino e melograno “presso il muro di casa”.

La Ricchezza Varietale

Antonio Morri (1840) nel suo vocabolario di Romagnolo-Italiano, alla voce “Fasol”, con riferimento al fagiolo comune Phaseolus vulgaris L., commentava che “Avvi chi ha contato più di 400 varietà di questa specie”, verosimilmente in generale, non solo in Romagna, dove però i fagioli erano un piatto assai comune, come sostituto della carne.

La Città e la Campagna: Una Continuità Ecologica

Nonostante la nascita delle città segni il cambiamento definitivo nell’approccio all’approvvigionamento del cibo, relegando in secondo piano i valori di “naturale” e “selvatico” a favore di una produzione ben mirata, dal Medioevo fino a metà dell’Ottocento, tra campagna e città, si è mantenuta una continuità ecologica: la mescolanza di aspetti urbani e rurali ha caratterizzato la vita economico-sociale delle città per molti secoli.

Nella seconda metà del secolo XIX, comunque, la progressiva prevalenza del verde ornamentale e sociale-ricreativo non comportò la totale scomparsa del verde produttivo, che continuò ad avere un suo spazio in città. Rimanevano infatti dotati di orti e frutteti i palazzi signorili, le residenze delle comunità religiose; anche le abitazioni popolari beneficiavano spesso di un piccolo orto domestico; venivano inoltre destinati alle coltivazioni agricole (vite, frutta, fieno) i terreni adiacenti alle mura cittadine e quelli ancora inedificati.

L’Orticoltura Campestre

Con la rivoluzione industriale, nella prima metà dell’Ottocento, appare chiara la tendenza della città ad allontanarsi dalla natura. Domenico Tamaro faceva il punto su Orticoltura estensiva o campestre (1898): “L’orticoltura è stata, e lo è ancora in massima parte, una prerogativa degli agricoltori abitanti nel contado delle grandi città, perché quivi è vicino lo smercio dei prodotti, abbondano i concimi e le acque per la irrigazione.”

Una sintesi perfetta quella del Tamaro, che “fotografa” lo stato dell’arte dell’agricoltura di fine ‘800 in cui i parassiti d’oltre Oceano (fillossera, oidio e peronospora) avevano già iniziato a compromettere le vigne, mentre i cereali non davano un reddito sufficiente per le povere famiglie mezzadrili del tempo, che cercavano di sfruttare ogni centimetro di terreno per il loro sostentamento quotidiano.

Lo Sviluppo dell’Industria Conserviera

A cavallo tra XIX e XX secolo, soprattutto nel Piacentino, si erano estesi gli appezzamenti dedicati ai pomodori, con piccole industrie di trasformazione non distanti. La prima conserva di pomodoro risale all’inizio dell’Ottocento e lo testimonia l’agronomo Filippo Re nel suo L’ortolano dirozzato (1811):

“Atteso l’uso grande che si fa del succo di questi frutti la coltivazione in alcuni luoghi è cresciuta a dismisura. Gli ortolani vi destinano del terreno il più grasso che abbiano. Non solamente il frutto viene adoperato quando è fresco, ma se ne cava del succo spremuto e spogliato de’ semi, facendolo ispessire al fuoco, una conserva che si riduce a consistenza solida, e viene adoperata moltissimo pe’ manicaretti per tutto il corso dell’anno.”

Verso il 1850, a Piacenza, si era diffusa la pratica del mettere via la conserva per l’inverno, facendo bollire il succo che poi veniva steso al sole su tavolette. Quando era ridotta allo stato pastoso, veniva modellato in pani cilindrici, cosparsi d’olio, avvolti in carta velina stretta con spago ai due capi e appesi al soffitto. La coltivazione del pomodoro superò presto le esigenze dell’autoconsumo e del mercato locale piacentino, culminando nell’impianto della fabbrica Orsi & C. nel 1906.

Le Condizioni dell’Agricoltura a Fine Ottocento

Un’interessante base conoscitiva delle colture orticole di fine ‘800 in Emilia-Romagna proviene dalla relazione predisposta dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, pubblicata nel 1879, in merito alle Condizioni dell’agricoltura in Italia.

Provincia di Piacenza

“La coltivazione degli orti è in via di progresso rispetto a quanto si osservava 20 anni sono, benché però non sia ancora giunta a quel grado di perfezione di cui è suscettibile.” Da qualche anno si era sviluppata la coltura del pomodoro, di cui si faceva larga esportazione soprattutto nella vicina Milano, mentre gli altri ortaggi erano consumati quasi per intero in loco.

Provincia di Parma

Anche su Parma si coglie l’espansione del pomodoro, nonché la coltura della patata soprattutto sui monti. I fagioli più stimati erano quelli detti “dall’aquila” (Phaseolus vulgaris L.), nei circondari di Parma e Borgo San Donnino, e una varietà rampicante in Valditaro.

Provincia di Reggio Emilia

“Nelle campagne, in pressoché tutti i poderi v’ha un piccolo spazio nel quale la famiglia colonica coltiva insalate, peperoni, pomodoro, fagiuoli, cipolle e qualche patata pel suo consumo ordinario, ed è soltanto nel Guastallese, dove in virtù della maggior fertilità del suolo e di qualche maggior diligenza, si producono in sufficiente copia rape, verze, cappucci e altri consimili prodotti.”

Provincia di Ferrara

Gli ortaggi rivestivano scarsa importanza perché necessitavano di “molte braccia” che si preferiva destinare alla più redditizia coltura della canapa. Tuttavia il relatore puntualizzò che “gli ortaggi e i frutti del Ferrarese riescono al palato assai saporiti e preferibili a quelli di altri territori”, indicando tra gli “erbaggi” principali i legumi, le insalate e gli asparagi, “i quali ultimi sono molto apprezzati perché di eccellente qualità”.

Provincia di Bologna

Primeggiavano “per la bellezza e la bontà loro, così da potersi considerare come specialità del Bolognese, i carciofi ed i finocchi; ed i meloni i quali comprendono parecchie varietà, di odore e di gusto squisito”. A Bologna la coltura ad orto si esercitava in una cerchia di circa due chilometri attorno alla città e le specialità erano, oltre ai succitati carciofi e finocchi, i cardi.

Nel comune di Imola, complice la possibilità di irrigare agevolmente, si era sviluppata, nel raggio di un chilometro fuori le mura, una cinta di orti la cui produzione era commerciata nel raggio di 20 chilometri per i due terzi; i principali prodotti erano pomodori e fragole.

Provincia di Ravenna

Oltre agli orti che si trovavano in prossimità di ogni casa colonica o casino di villeggiatura, si parla di una certa estensione della coltivazione di ortaggi. L’estensione degli orti era di circa 2 ettari e le colture più accreditate erano carciofi, cavolfiori, pomodori e, in particolare, cocomeri, che venivano esportati; ricordiamo poi cardi, sedani, zucche e i fagioli dall’occhio.

Provincia di Forlì

Nel circondario di Rimini gli orti intorno al capoluogo rivestivano una certa importanza. La qualità degli ortaggi era migliore nel Cesenate (fragole, barbabietole, piselli, finocchi, asparagi, ciliegie, carciofi) e Forlivese, dove l’arrivo della ferrovia aveva portato a migliorare la tecnica di coltivazione degli orti per aumentare la produzione per ettaro e migliorare le qualità delle sementi.

Il Novecento e la Rivoluzione delle Sementi

Con il Novecento, e ancor più dal Secondo dopoguerra, si assiste ad una progressiva sostituzione delle sementi locali con nuove varietà industriali, frutto di incroci selettivi tesi ad aumentare la resa e la resistenza della pianta. Già a fine Ottocento si era posto il problema della qualità delle sementi e la Stazione agraria di Modena era la sola in Italia in grado di analizzare le sementi per verificarne specie, grado di purezza, presenza di cuscuta (pianta parassita) e facoltà germinativa.

Le Varietà Locali Storiche

Solo per fare alcuni esempi di ortaggi locali, ovvero caratteristici di territori ben precisi, si possono citare:

  • Il cocomero ‘Di Bagnacavallo’ e il cocomero ‘Di Faenza’
  • Il cardo ‘Gigante di Romagna’ e il ‘Cardo bolognese’
  • Il ‘Verzotto quarantino di Piacenza’
  • Il carciofo ‘Moretto di Brisighella’ e il ‘Violetto di San Luca’
  • Il pomodoro ‘Riccio di Parma’ diverso dal ‘Costoluto romagnolo’

Le sementi erano custodite gelosamente in cartocci riposti in vasi di vetro o in cesti appesi ai solai per mantenerle al riparo dall’umidità e dai topi. Talora si scambiavano i semi con i vicini di casa perché si diceva che le piante da orto dovevano cambiare terra per mantenersi più forti e rigogliose; altre volte si acquistavano i semi al mercato, dove le sementi erano esposte in cesti o sacchetti e vendute nel quantitativo richiesto sempre nel famoso “cartoccio”.

L’Industria Sementiera

All’inizio del Novecento, si era già strutturata in Emilia-Romagna un’orticoltura industriale, che rientrava negli avvicendamenti colturali delle aziende agricole. Le prime ditte sementiere mettevano in commercio “cartocci” che nel tempo si sono trasformati nelle “bustine” ancora oggi impiegate. Per tutte si citano F.lli Sgaravatti di Saonara (PD), fondata nel 1820, e la F.lli Ingegnoli di Milano, fondata nel 1884.

Negli anni Cinquanta l’attività di riproduzione delle sementi cominciò ad assumere un certo rilievo anche da parte di ditte sementiere locali, nate soprattutto nel circondario cesenate. Nel 1911 nasce la Società Produttori Sementi (Prosementi), che in una prima fase scelse la via della selezione delle “razze” più resistenti, per poi passare, negli anni ’20, alla tecnica dell’incrocio. Nel 1947 si consuma la separazione con la Federconsorzi e con l’Istituto di Allevamento Vegetale dell’Università, che fondano un’altra società, sempre a Bologna: la Società Italiana Sementi, tutt’ora operante.

L’Orticoltura

L’orticoltura è decisamente “femmina” nella sua origine. Studi archeologici e antropologici hanno delineato un percorso evolutivo che si sviluppa dalla vita nomade dei cacciatori/raccoglitori alle prime civiltà agricole, attraversando le cosiddette società “orticole”.

Nelle società “orticole” che usano zappe o bastoni per piantare radici o semi, le donne sono quasi interamente responsabili della produzione agricola. Il modello ricorrente è quello della coltivazione errante, in cui gli appezzamenti di terreno vengono coltivati per alcuni anni e poi, quando se ne esaurisce la fertilità, si passa a dissodare e a coltivare altre zone: gli uomini aiutano a ripulire gli appezzamenti da alberi e arbusti, ma di solito sono le donne che scavano, seminano, curano e mietono.

Così doveva essere anche nella Preistoria: gli uomini si occupavano della caccia, mentre le donne raccoglievano frutti, semi e radici, avendo la possibilità, nell’attesa del rientro degli uomini, anche di sperimentare la coltivazione delle piante spontanee nonché la loro conservazione e la loro eventuale elaborazione. La coltivazione delle piante, aumentando la garanzia di disponibilità di cibo senza doversi spostare di continuo, consentì una maggiore stanzialità e numerosità dei gruppi primitivi.

Il Cambiamento dei Ruoli

I mutamenti fondamentali nella coltivazione avvennero nel Neolitico superiore, attorno al 3000 a.C., quando il lavoro passò dall’orticoltura condotta con zappa e bastone dalle donne, all’agricoltura fatta prevalentemente dagli uomini con carri e aratri, che vediamo rappresentati per la prima volta sulle tavolette d’argilla della Mesopotamia (IV secolo a.C.).

Con l’introduzione dell’aratro, l’agricoltura dei grandi numeri divenne appannaggio degli uomini, destinando le donne a ruoli di secondo piano come quello della raccolta delle erbe spontanee, della cura degli animali di bassa corte e dell’orticoltura a supporto dell’alimentazione primaria.

La Continuità della Tradizione

Tuttavia negli ultimi secoli, in Italia e in particolare in Emilia-Romagna, il lavoro di selezione e conservazione dei semi è proseguito soprattutto per linea femminile, tanto che i semi erano spesso dote per le donne che andavano in sposa o eredità di padre in figlio; erano nelle valige degli emigranti o nelle sacche dei pellegrini, fino ad essere un vero e proprio documento di identità per le comunità che li avevano selezionati e coltivati per secoli.

Questo patrimonio di straordinaria importanza non solo permette di allargare la base genetica delle colture orticole della Regione, ma rappresenta una memoria storico-culturale delle comunità locali che intorno “all’orto” hanno intrecciato una “rete” di relazioni e scambio che ha permesso a queste varietà di non estinguersi e di arrivare ai nostri giorni.

Come leggere la biodiversità: categorie e significati delle varietà tradizionali

Nel panorama delle ortive storiche dell’Emilia-Romagna convivono realtà molto diverse tra loro. Ci sono ortaggi perfettamente radicati da generazioni nelle pianure e negli orti di famiglia; antiche selezioni ormai scomparse dalle produzioni commerciali; specie un tempo diffuse ma oggi considerate marginali. Comprendere queste distinzioni è essenziale per interpretare la storia agraria della regione e per leggere la biodiversità non come un insieme indistinto, ma come un patrimonio strutturato, stratificato e complesso.

Il lavoro di ricostruzione delle ortive storiche richiede infatti di distinguere con precisione le diverse tipologie che compongono questo mosaico: ciò permette di riconoscere quali piante sono ancora vive nella memoria contadina, quali rischiano di scomparire e quali rappresentano tracce residue di colture ormai dimenticate. Le tre grandi categorie utili per orientarsi sono varietà locali, cultivar obsolete e specie sottoutilizzate.

Ognuna di esse racconta un diverso modo di abitare il territorio, un differente rapporto con il clima, la cucina, il lavoro agricolo e l’identità rurale.

Varietà locali: il cuore della tradizione agricola regionale

Le varietà locali rappresentano il nucleo più autentico e riconoscibile dell’orticoltura tradizionale. Sono piante che si sono formate e consolidate nel tempo attraverso una lunga selezione familiare: semi tramandati di mano in mano, rinnovati in ogni stagione da agricoltori che ne hanno conservato l’identità senza ricorrere a programmi di miglioramento genetico moderni.

Queste varietà sono spesso associate a un paese, a un appezzamento, a un piccolo comprensorio; portano nel nome o nella morfologia le tracce del luogo da cui provengono. La loro adattabilità specifica al microclima locale, ai terreni e ai ritmi stagionali conferisce loro un valore agronomico unico. Sono, in sostanza, varietà nate nel territorio e per il territorio.

Alcuni esempi emblematici (che emergeranno nelle schede descrittive successive) mostrano come queste piante siano spesso sopravvissute grazie alla custodia di poche famiglie, talvolta di un solo agricoltore. La loro presenza oggi è un segno tanto di resilienza quanto di fragilità: sono le varietà più strettamente legate alla storia regionale e, al tempo stesso, quelle più esposte all’erosione genetica.

Cultivar obsolete: ciò che resta dell’agricoltura di un tempo

Le cultivar obsolete non sono varietà nate spontaneamente nelle campagne regionali. Si tratta invece di selezioni commerciali sviluppate durante il Novecento, spesso diffuse attraverso cataloghi sementieri o programmi sperimentali, che hanno avuto una certa importanza fino all’avvento dell’agricoltura industriale.

Molte di queste cultivar sono state ampiamente coltivate in passato, specie negli anni delle grandi trasformazioni agrarie. Con il progredire della selezione moderna — mirata a uniformità, produttività, resistenza al trasporto e standard commerciali — queste antiche cultivar sono state progressivamente abbandonate. Oggi sopravvivono solo in contesti marginali o come tracce residue in qualche orto familiare.

Ciò che le distingue dalle varietà locali è il loro carattere storico ma non autoctono: sono testimonianze della fase di transizione dell’agricoltura italiana, quando la spinta alla modernizzazione conviveva con la sopravvivenza delle antiche tradizioni contadine.

Specie sottoutilizzate: il patrimonio dimenticato

Accanto alle varietà locali e alle cultivar obsolete esiste un terzo gruppo meno evidente, ma fondamentale per ricostruire il quadro della biodiversità regionale: le specie sottoutilizzate. Si tratta di piante perfettamente adattate al territorio, talvolta coltivate per secoli, che nel corso del Novecento sono state progressivamente abbandonate perché considerate poco produttive, difficili da lavorare o non più in linea con il gusto contemporaneo.

Spesso sopravvivono in modo frammentario, coltivate da pochissimi agricoltori o mantenute come curiosità botaniche. La loro riscoperta è importante non solo per ragioni storiche ma anche per il loro potenziale agronomico: molte di queste specie mostrano resistenze naturali, rusticità e capacità di adattamento utili in un contesto di cambiamenti climatici e impoverimento della diversità colturale.

Questo gruppo rappresenta forse la parte più fragile della biodiversità orticola regionale: non è costituito da varietà in senso stretto, ma da piante intere — talvolta generi o gruppi eterogenei — che rischiano di scomparire senza lasciare tracce.

Perché questa distinzione è fondamentale

Raggruppare le ortive storiche in queste tre categorie permette di interpretarle non come un elenco statico di piante, ma come un sistema vivo. Ogni gruppo racconta un diverso momento della storia agricola dell’Emilia-Romagna: la continuità secolare delle varietà locali, l’età delle sperimentazioni agronomiche nelle cultivar obsolete, la memoria profonda delle specie sottoutilizzate.

Per chi lavora alla tutela, allo studio o alla valorizzazione di questo patrimonio, distinguere queste categorie significa:

– riconoscere il valore identitario delle varietà locali;
– recuperare ciò che la modernizzazione ha cancellato nelle cultivar obsolete;
– rimettere in circolo un patrimonio ancora più antico nelle specie sottoutilizzate.

Tutte insieme compongono la trama profonda di ciò che oggi definiamo biodiversità orticola tradizionale: un equilibrio complesso nato da secoli di interazioni tra terra, clima, lavoro contadino e cultura gastronomica.

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