Uva Negrara (trentina)

Antica varietà a bacca nera diffusa un tempo in tutto il Trentino, la Negrara trentina appartiene al gruppo complesso delle “Negrare-Negronze”, da cui occorre distinguerla nettamente rispetto alla Negrara Veronese, con la quale veniva spesso confusa. È il tipo a foglia pentalobata, ritenuto il ceppo originario e diffuso in epoca successiva anche nel Veronese e in Alto Adige. I sinonimi storici includono Terodola o Tirodola in Valpolicella, Doleana, Doveana o Dovenzana nel Vicentino, e in Alto Adige Edelschwarze, Salzen e Keltertraube. Nelle fonti ottocentesche compare anche come Negrera e Pegolros.

Le testimonianze storiche la descrivono come uva vigorosa, produttiva e resistente al caldo. Giuseppe Acerbi, nel 1825, scriveva: «Dà un vino di molto colore, di molta forza, di buon sapore, e che resiste al caldo. L’uva è buona da mangiare» e ancora: «Negrera… uva nera… durevole». Alla fine dell’Ottocento la sua produzione era stimata intorno agli 83.000 ettolitri annui, distribuiti su tutto il territorio trentino.

La descrizione ampelografica moderna conferma grappoli grandi, piramidali e alati, di media compattezza, con acini sferici blu-violacei, molto pruinosa, dalla buccia spessa e coriacea, e foglie quinquelobate con seni profondi. Il vitigno mostra notevole vigoria, buona adattabilità ai sistemi a pergola e un ciclo vegetativo tardivo con maturazione tra fine settembre e inizio ottobre. È però sensibile a peronospora, oidio, acari, tignole e marciume, mentre presenta una buona resistenza al freddo.

Ricerche condotte dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige giudicavano il vino «meritevole di finire in bottiglia» per colore, morbidezza e profumi «che lo fanno avvicinare al tipo Bordeaux» quando ottenuto da viti franche di piede; mentre lo definivano «ordinario e sgraziato» se prodotto da uve provenienti da viti innestate su piede americano.

L’utilizzo è esclusivamente enologico.

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