Varietà molto importante dal punto di vista storico perché progenitrice di molte varietà emiliane stando a recenti (2020-2024) analisi genetiche. Attualmente sto provando a recuperarne almeno una talea per la conservazione ma la posizione delle piante rilevate da UniMoRe non è pubblica.
La scheda su italian vitis database riporta la presenza di uva “orslina” nel testo di Casali del 1915, qui sotto scansione del testo.1.
Identità. Antico vitigno a bacca nera dell’Appennino reggiano, noto alle fonti dall’Ottocento (Filippo Re, 1800; Acerbi, 1825; citato ancora nel primo Novecento). Oggi è una rarità: sono noti solo pochi esemplari in conservazione sulle colline di Reggio Emilia.
Area storica. Emilia (provincia di Reggio Emilia; segnalazioni storiche anche in Lombardia orientale). Tracce documentarie e sinonimi indicano una circolazione antica verso Piemonte e area germanica.
Ruolo genetico (fondatore). Orsolina è uno dei “genitori chiave” del Nord-Ovest/Centro Italia. Le analisi SNP la collocano al centro di un ampio network di discendenze:
Genitore di varietà storiche tra cui Barbera e Riesling italico (Welschriesling/Graševina).
Altre relazioni parentali con varietà emiliano-toscane e con il gruppo delle aromatiche del Nord-Ovest.
Stato attuale. Estinta nella coltivazione commerciale; materiale vivo conservato e propagato a fini di salvaguardia in collina reggiana (referente: Università di Modena e Reggio Emilia). Non esiste ovviamente una produzione DOC/IGT riconducibile al nome “Orsolina”, che potrebbe essere un’ottimo punto di partenza per un prodotto storico adatto al progetto Cornucopia.
Caratteri enologici (nota). Mancano vinificazioni standardizzate recenti. Il valore dell’uva, oggi, è soprattutto storico-genetico: Orsolina è una “madre nascosta” di vitigni tuttora centrali nella viticoltura italiana ed europea.
Perché in Cornucopia
È un fondatore riconosciuto del germoplasma italiano.
Mostra come una varietà locale, quasi scomparsa, abbia trasmesso tratti decisivi a uve celebri (Barbera, Riesling italico).
Caso esemplare di biodiversità da salvare: pochi ceppi superstiti, alto valore culturale e scientifico.
Cronologia essenziale.
1800–1825: prime descrizioni (Appennino reggiano; citazioni anche a Brescia).
XX secolo: progressiva scomparsa dai campi.
XXI secolo: identificazione del ruolo parentale con tecniche SNP; avvio di propagazione conservativa.
L’Orsolina viene citata da Filippo Re (1800) tra le varietà delle aree montane del Reggiano, che perlustra e di cui descrive l’agricoltura della fine del XVIII secolo2. Acerbi (1825) riporta una descrizione piuttosto dettagliata di una uva orsolina tra le varietà della provincia di Brescia, le cui caratteristiche corrispondono in buona parte all’odierna Orsolina: “Avente foglie trilobate, unicolorate, verdi chiare, lanuginose, piuttosto piccole, dentellate regolarmente, con un picciuolo roseo. Gli acini hanno un color bruno, sono di figura rotonda, di grossezza un po’ ineguale: il loro fiocine è forte ed è provveduto di discreta quantità di materia colorante. I vinaccioli non superano il numero di due. Il grappolo dell’orsolina è fitto. Matura che sia bene quest’uva non è di sapor ingrato. Piccoli sono gli acini. Essa non dà vino gran fatto buono; lo dà buono qualora sia appassita. Il frutto si conserva egregiamente”. Successivamente, Casali (1915) inserisce l'”Ova orslina”3 tra i nomi di varietà di vite del dialetto reggiano, senza riportarne, contrariamente alla maggior parte delle altre varietà, il nome italiano, a testimoniare un uso prevalente, se non esclusivo del nome dialettale.
Attualmente di questa varietà sono stati reperiti due soli esemplari nelle colline di Reggio Emilia, che sono stati propagati al fine di una loro conservazione e valutazione.
Carlo Casali, I nomi delle piante nel dialetto reggiano (Reggio nell’Emilia: Bondavalli, 1915). ↩︎