Uva Negretto

Alfonsine (Ravenna), 2 ottobre 1891. La vendemmia è iniziata, ma si protrarrà tutto il mese , causa l’insufficente maturanza delle uve, ed anche per la necessità di usare due volte la stessa tinaja e di vendere parte dell’uva per la copia del prodotto. Gran parte delle piantagioni sono fatte da varietà di Uva d’oro e di Negrettino; varietà rustiche e di gran produzione, la prima diffusissima su entrambi i piani separati dal basso Po , la seconda più propria del Bolognese. Esse segnano ordinariamente da 14 a 16 % di glucosio e da 7 fino al 13 % di acidità; i più intelligenti tendano ora a moltiplicare le antiche uve locali la Canina, la Balsamina e il Trebbiano più zuccherine e meno acide, aggiungendo altresi qualche altra uva più precoce e che dia al vino più pronto profumo. Le prime vendite delle uve di miglior apparenza, cioè di viti curate dalla peronospora si iniziarono a lire 12 il quintale, ma poi i prezzi cominciarono a scemare a 10, e 9 ; gli invii delle uve si fanno verso Lugo e Bologna ove si confezionano notevoli quantità di vino con uve acquistate, ovvero si inviano verso il Veneto. Modena e Parma spediscono invece nella Bassa Lombardia.

Bollettino della società generale dei viticoltori italiani, 1891

In una rivista del 1891, un articolo scritto dal sig. Mancini sulla vigna del sig. Gurrieri a Dozza di Imola viene citata questa varietà come produttiva ma di vino scadente. Motivo che ha portato il Gurrieri a piantare solo vitigni stranieri.

L’Italia Agricola, giornale di Agricoltura n. 13, luglio 1891

Forse sinonimo di Cagnina, tra le uve di Ravenna

Boll. Ampelografico f.X, 1879

Un secondo gruppo di proprietari ha invece puntato con decisione sull’uva nera Negrettino, importata probabilmente dalla Toscana per la sua maggiore resistenza alle malattie come l’oidio. Grazie alla sua rusticità e abbondante produzione, il Negrettino ha guadagnato crescente favore, tanto che recentemente ampie estensioni sono state impiantate esclusivamente con questa varietà. Il vino che se ne ricava, sebbene poco pregiato, è molto ricercato per il suo colore intenso e la sua abbondanza, giustificando così il successo della coltivazione. Un terzo gruppo di viticoltori, prevedendo la necessità di produrre vino in maniera più strutturata, ha sperimentato vitigni di maggior pregio, importandoli da altre regioni, come il Sangiovese dalla Toscana, e dalla Francia, tra cui Pinot, Cabernet, Malbec e Sirah. Altre varietà, seppur introdotte in misura minore, sono giunte dal Piemonte e dal sud della Francia. Tuttavia, tutte queste si sono rivelate meno costanti e produttive rispetto al Negrettino. Le divergenze di opinione tra i proprietari si sono concentrate soprattutto sul valore intrinseco delle uve, sebbene fino a oggi il mercato non abbia mostrato particolare interesse a differenziare i prezzi. L’incertezza è stata accresciuta anche dal fallimento di alcuni vigneti, dovuto però a cause indipendenti dalla varietà coltivata.

  1.  Il Negrettino, da solo, non fornisce un vino completo, stabile e di sufficiente pregio degustativo. Tuttavia, grazie alla sua neutralità aromatica e all’assenza di caratteristiche troppo marcate, può costituire una buona base per vini da pasto, migliorabili attraverso miscele con altre uve nere e bianche.
  2. L’abbondanza di produzione ha determinato un deprezzamento delle uve e dei vini più ordinari. Per questo motivo, non sono più giustificati nuovi impianti di puro Negrettino; è preferibile associarlo ad altre varietà per migliorare il prodotto finale.
  3. Il Sangiovese toscano, già ampiamente diffuso nelle province di Forlì, Marche e Abruzzi, rappresenta un importante elemento di miglioramento per il Negrettino, a patto di essere coltivato in esposizioni ben soleggiate.
  4. Altre varietà miglioratrici, particolarmente adatte ai vini destinati all’esportazione, sono il Cabernet, il Malbec e il Sirah. Anche il Pinot Nero, sebbene meno fortunato, contribuisce a migliorare la persistenza del sapore e dona un leggero profumo ai vini, qualità molto apprezzate per competere con i prodotti di Bordeaux.
  5. La proporzione di uve miglioratrici da aggiungere al Negrettino dipende dal grado di maturazione di quest’ultimo. Con circa il 20% di Sangiovese e il 10% di uve francesi, il miglioramento è già evidente per il Negrettino coltivato in collina; in pianura sarà necessario aumentarne le percentuali.

Bollettino della società generale dei viticoltori italiani Anno II n.1, 1883

Fra le uve bianche noi ne avevamo due o tre senza dubbio distintissime , e che potevan dare un eccellente vino di lusso, ma si lasciaron da banda perchè di produzione limitata; possedevamo invece un vitigno nero il Negrettino che produceva un vino assai comune; ma possedeva alcune qualità che gli acquistarono favore: rusticità, costanza nel prodotto abbondante, molta resistenza alle malattie, onde la maggior parte dei viticultori piantarono o solo di questo o ebbe fra gli altri grandissima prevalenza. E questo favore crebbe così, che molti battezzavan col nome di Negrettino altre uve nere per ottenerne più facilmente lo smercio; né si domandarono a sé stessi questi proprietari come accrediterebbero sul mercato, non dirò europeo, ma anche solo italiano , un vino privo di speciali qualità, così diverso e da cantina a cantina e da un anno all’altro .

C. Bianconcini “La vite e il vino nel bolognese”, L’Italia Enologica anno II n.6, 1888

  • Il Negretto, o Negrettino, o Neretto, che alcuni chiamano anche Morina, e che non è da confondersi col Neretto, o Moretto di Alessandria, o di Marengo, è il vitigno a frutto nero più diffuso nella provincia di Bologna, d’onde poco si è espanso nella Romagna e nell’Appennino Toscano, specialmente in Mugello.

Allevasi assai limitatamente col tradizionale sistema delle alberate, essendo il riservato il primo posto nell’impianto dei vigneti, che nell’ultimo mezzo secolo si sono andati estendendo; sicché giudice che dei 20.000 ettari di vigneti, che esistono nella provincia, a far parte della complessiva estensione vitata (160,000 ettare), i 7/10 cioè 14,000 ettare, sieno piantati a Negrettino.

La robustezza e rusticità di questo vitigno, la produzione sollecita, copiosa e costante, la relativa resistenza all’Oidio e alla Peronospora, il facile adattamento alla potatura corta od a educazione ad alberello, a ceppaia bassa, od a paletto, lo hanno ben presto accreditato presso gli agricoltori; i quali facilmente gli hanno perdonato il grave difetto di non produrre un buon tipo di vino. E nell’ultimo trentennio la maggior parte degli impianti in collina e più ancora quelli di pianura furono fatti a base di Negrettino.

Al Negrettino si devono le rapide fortune, purtroppo non durature, dei primi intraprendenti piantatori, che fruirono del vantaggio delle forti richieste, specialmente durante la crisi fillosserica in Francia, dal 1875 al 1880.

Al Negrettino spettò il compito di mantenere la produzione vinicola, nella provincia, da 600 a 700,000 ettolitri all’anno, malgrado il deperimento delle alberate, dovuto ai frequenti danni degli inverni rigidi e alle invasioni crittogamiche, specialmente dell’Oidio e della Peronospora.

Completando la descrizione, che il presidente della Commissione ampelografica di Bologna, nel 1879, Prof. Carega di Muricce, dava nel «Bollettino ampelografico » di quell’anno, raccogliamo qui i principali caratteri di questo vitigno.

Meglio di tutto valga la tavola cromo litografica, dal nostro ottimo Casanova disegnata e dipinta, dal vero, sotto la direzione dell’Ilmo sig. Marchese Bevilacqua Ferdinando, uno dei primissimi viticoltori della provincia di Bologna e dei più fedeli allevatori del Negrettino.

  • Ceppo robusto, corteccia bruna, staccantesi a fettucce sottili.
  • Tralci forti, eretti, con scorza ruvida, rigata, aderente, colore cannella, tendente al cenerognolo; legno mediamente duro; midollo piuttosto abbondante; nodi ingrossati, gemme coniche, alquanto sporgenti, leggermente tomentose; internodi medi o corti.
  • Germogli cotonosi, verde chiaro, con leggera tinta rosea all’orlatura. Germogliazione un po’ tardiva (fine aprile), non sempre regolare; germogli robusti, atti a fruttificare, ancorquando sorgano dalle branche vecchie, e dal ceppo. Portano generalmente due grappoli.
  • Cirri alterni, robusti, biforati, di colore verde più pallido del germoglio.
  • Foglie di media grandezza, tondeggianti ondulate. La pagina superiore della lamina è liscia, verde scuro, quanto più robusta è la pianta e fertile e fresco il terreno; la pagina inferiore tomentosa, verde pallida. La foglia è alquanto ruvida e spessa; è quinquelo bata; i lobi sono alquanto irregolari a seni chiusi poco profondi specialmente gli inferiori; il più marcato è il seno picciolare tondeggiante, che talora si chiude pel sopravestirsi dei lobi superiori.
  • Ciò avviene anche pei due seni laterali superiori; dentellatura marginale doppia, regolare, piuttosto acuta e leggermente spinata; le nervature sono robuste e assai rilevate sulla pagina inferiore, quasi glabre. Picciolo robusto, lungo all’incirca quanto la foglia, verde, con lievi sfumature rossicce nelle foglie adulte. La foglia all’autunno si tinge in giallo con macchie rossastre.
  • La defogliazione nelle viti sane è alquanto tardiva.
  • Fiore cotonoso, fioritura piuttosto tardiva; grappolo conico, ottuso, talora un poco alato, serrato e tozzo, di grandezza superiore alla media, nelle varietà ben selezionate gli acini sono meno serrati e più grossi. Raspo verdognolo, robusto, picciolo corto; pedicelli corti e forti; pennello scirolo; acini sferici di grandezza media, di un bel colore nero violaceo, pruinoso; buccia consistente; polpa carnosa, insipida.
  • Vinacciuoli due a tre, piuttosto grossi, piriformi; becco corto, tagliato di sbieco; calza profonda, cordone ombelicale marcato.

Benché in questi ultimi anni il Negrettino, specialmente quello delle colline apriche del mandamento di Bazzano e dell’alto Imolese, abbia trovato posto per l’esportazione, insieme ai Chasselas (v. Saslà), la sua destinazione principale è per la vinificazione.

Ma, come abbiamo avvertito, il vino prodotto col solo Negrettino non è gradevole, non è suscettibile di affinamento e per la ricchezza di acido malico e tannico e scarsità degli acidi, più delicati, ritiene un sapore amarognolo, quasi selvatico, caratteristico, che diventa più spiccato, a molti insopportabile, quando le uve provengono da terreni argillosi e grassi, mentre si affinano i prodotti delle colline magre e calcarei.

A migliorare la vinificazione del Negrettino, veniva istituita a Bologna una cantina sperimentale, la quale, però, non ebbe fortuna.

Una prova riuscita fu quella promossa dall’Ufficio agrario provinciale di Bologna per la vinificazione in bianco; ma la migliore utilizzazione si ha colla mescola del Negrettino con uve più fine, rosse e bianche; per es: fra le prime S. Giovese, Cabernet, Barbera; fra le seconde Trebbiano, Malvasia, Forcella, Montù, ecc., nella complessiva proporzione del 30 al 40%.

In tal modo si preparano buoni vini da pasto, fra i quali mi limito a ricordare quello del prelodato Marchese F. Bevilacqua assai apprezzato dai Bolognesi e quello, detto Bologna superiore, del sig. Frack, conduttore dell’Hôtel Brun e del Buffet della Stazione di Bologna.

L’uva del Negrettino ha una resa discreta in mosto. Dalle ricerche istituite presso il Laboratorio chimico-agrario di Bologna (Prof. Casali e Cinelli) si desume che 100 chilog. di uva in peso danno da 62 a 75 di succo; cioè una media di 69%; il glucosio del mosto, dalle ricordate analisi, sta fra 9,25 e 17%.

Dai numerosi saggi eseguiti negli ultimi anni sui mercati di uva, (per cura delle rispettive commissioni di vigilanza) di Castel San Pietro, Bazzano, Paduro e Sasso, il tenore glucometrico del Negrettino risulta 11,5 e 19% (v. Notizie e studi intorno ai vini ed alle uve d’Italia, pubblicato per cura del Ministero per l’Agricoltura. – Roma – Tip. Nazionale di G. Barbera).

L’acidità, giusta le ricordate analisi dei sigg. Casali e Cinelli, varia da 5,3 a 9,4%, espressa in acido tartarico.

L’estratto secco fra gr. 16,85 e 28,45 per litro; le ceneri fra gr. 2,8 e 5,20 per litro.

Una delle ragioni di inferiorità di quest’uva sta nella deficienza di glucosio in confronto di altre varietà e specialmente delle uve bianche indigene.

Infatti, a parità di condizioni, mentre il mosto di Negrettino raggiunge il 12 per cento di glucosio, l’Albana per es., oltrepassa il 22 per cento. Ciò costituisce nel complesso della produzione, un deficit notevole.

Il vino di Negrettino partecipa, naturalmente, delle ricordate qualità o deficienze del mosto.

Il suo colore (massimamente se proviene da uve molto mature e da terre argillo-calcari), è piuttosto cupo, poco brillante, tendente al violaceo, con schiuma pallida.

Il sapore è alquanto astringente, non molto simpatico.

Il vino è di pronta beva, ma come vino confusionato d’ordinario, non di lunga conservazione.

Dalle numerose analisi, fatte presso il Laboratorio chimico agrario dai ricordati Prof. Casali e Cinelli e presso il Laboratorio chimico di igiene municipale dal compianto Prof. Stroppa e dal Dott. Garelli e da quello non meno numeroso eseguite in quest’ultimo decennio per cura dell’Ufficio provinciale per l’a gricoltura – eliminati i vini deficienti per condizioni eccezionali dell’annata si deducono le seguenti medie per i vini di Negrettino normali.

  • Alcool % in volume 9,10
  • Estratto secco per litro gram. 25,30 
  • Acidità per litro 6,40

Le medie generali per vini Bolognesi, raccolte dal Ministero per l’agricoltura, nel citato volume, danno, per la mag giore parte dei vini, i seguenti limiti di composizione:

  • Alcool in volume % 8 a 11 
  • Estratto secco per litro gr. 18 a 20
  • Acidità totale per litro . . . 6 a 8

Il consumo popolare ha pienamente giustificati gli apprezzamenti sfavorevoli al Negrettino; o all’infuori di coloro che con razionali metodi di vinificazione e con opportuni tagli, ne han formato la base di un buon vino da pasto, essendo diminuita la produzione dei buoni antichi vini bianchi, la maggior parte dei produttori lo vede posposto ai vini Toscani, ai Modenesi e perfino al Negrelin (vino meridionale). L’importazione e il consumo dei quali sono andati non solo a Bologna, ma anche nei minori centri di consumo della provincia, notevolmente aumentando in questi ultimi anni.

A rialzare le sorti della produzione enologica, non potendosi incoraggiare i coltivatori ad estendere le piantagioni, si è bandito per cura dell’Ufficio provinciale d’agricoltura e col generoso aiuto della Cassa di Risparmio di Bologna, un concorso per l’innesto del Negrettino con vitigni più pregevoli.

Il Negrettino, però, potrà utilmente rimanere a base della produzione di vini rossi da pasto Bolognesi, mercé i desiderati miglioramenti enoteci e la vinificazione dei tipi.

L’Italia Agricola vol. 24, articolo di Domizio Cavazza, 1902

Tal essendo il Negrettino, (quale cioè venne descritto nel N. 24 dell’ Italia Agricola 30 dicembre 1902) vediamo in pratica, nelle condizioni normali e più naturali di una vigna di collina.

Ma io non prenderò ad esempio uno dei tanti impianti esclusivi di Negrettino, destinati a quello sfruttamento industriale di viticoltori d’occasione, che promossero quella che da 30 anni si è chiamata l’invasione del Negrettino. Potrei scegliere di meglio fra molti impianti razionali e ben condotti che non sono tanto rari nel bolognese. Prenderò invece un esempio più degno e più antico per cui un’esperienza più che trentennale offre la migliore garanzia di successo: il qual successo è affermato da una quantità di imitatori, da numerosi premi, da una clientela fedele, da una costanza d’invidiaibile, che mantiene la floridezza dei vigneti e anche di chi ne curò l’impianto e con paterne assidue curò poi la coltivazione.

E questo esempio me lo offrono le vigne della tenuta di Moglio, del signor M.se Ferdinando Bevilacqua; impiantate verso il 1870 ed estese di poi con aggiunte anche recentissime, fino ad occupare attualmente una ventina di Ettare, delle quali una metà coltivate a Negrettino.

Il sig. Marchese Bevilacqua ebbe occasione di esprimere al Circolo Enofilo e alla Società Agr. di Bologna (come non lo nasconde a quanti si recano e sono molti a visitare le sue splendide vigne) il concetto direttivo di quegli impianti. Ogni regione deve procedere con un criterio uniforme di viticoltura e di enologia, cercando tra i vitigni locali i più meritevoli ed eliminando gli scadenti. Sovente, purtroppo, non si pensa che l’influenza del clima e della natura del suolo, troppo differenti, debbono portare nei vini tali varietà, da risultare da complessi di ibridi, imitazioni soltanto, prive di quei caratteri originali e stabili proprii di ciascuna regione, che rendono i vini apprezzabili al gusto dei consumatori.

Le numerose varietà di uve bianche e nere, introdotte da paesi stranieri, o da regioni italiane diverse, hanno posto il viticoltore emiliano in grande imbarazzo nel determinare la varietà che si sarebbe dovuta propagare, di preferenza, per farne la base della produzione.

E precisamente quando, sei o sette lustri or sono, il Marchese Bevilacqua muoveva i primi passi viticoli, aveva gli esempi più seducenti (le vigne Levi a Liano; Gilardoni a Bologna, Pasolini a Imola…) di impianti fatti con vitigni esotici per lo più francesi, come pare portino delle condizioni della coltura intellettuale, delle vicende politiche, dal complesso di circostanze che formavano quasi la moda di allora.

D’altra parte, in quel turno di tempo, il Negrettino veniva additato e prescelto dalle comunità dei coltivatori, anzi abbracciato, quale ancora di salvamento contro il inesorabile imperversare del l’oidium.

E postami la necessità di usufruire del Negrettino (narra il M.se Bevilacqua nel 1885 al Circolo enofilo di Bologna) di cui mi era già indiziato da le resistenza alle molte malattie che percuotono le nostre viti, mi preoccupai della opportunità di modificarne le qualità meno favorevoli nella vinificazione; e a questo scopo credetti opportuno unirlo in miscela con uve più fine, e bianche, cercando così ottenere un’unione di qualità apprezzabili e regionali per un vino da pasto e da grande consumo. (Narrazione sulle massime e pratiche usate da 14 anni nella Tenuta di Moglio (Bologna) in Viticoltura ed Enologia da F. BEVILAQUA. Letta il 7 Febbraio 1885 al Circolo Enofilo. Bologna , Tip . del Commercio, 1885).

Le due varietà bianche, prescelte per correggere il Negrettino, furono le ottime varietà locali Albana e Alionza nella proporzione di 1:1,5 per ciascuna. Siccome poi la produzione del Negrettino suol essere alquanto superiore alle accennate, la superficie destinata fu limitata a circa la metà della complessiva estensione.

Anche la Forcella, il Montù e più tardi qualche altra varietà locale trovò posto nelle vigne di Moglio. Così questi vitigni coll’Albana, già ricordata, a costituire il gruppo destinato alla produzione del vino bianco, veramente ottimo, che ebbe anche l’anno scorso il premio straordinario offerto dal signor Dr. J. Bassermann, per un concorso speciale di vini bianchi, indetto dal Circolo enofilo italiano di Roma.

L’attitudine delle uve Alionza e Albana a migliorare quella di Negrettino è indicata dalla graduazione glucometrica dei rispettivi mosti, secondo le medie raccolte dallo stesso Marchese Bevilacqua, di appena 18 per quello di Negrettino, di 20 per quello di Alionza, di 22 per quello di Albana. La bontà e costanza del tipo ottenuto l’apprezzamento che ne fa una eletta clientela e il prezzo di L. 1,20 al litro, cui costantemente viene venduto, provano all’evidenza che il risultato ottenuto fu adeguato alla giustezza dei criteri che condussero a raggiungerlo.

I dolci pendici di Moglio, che lentamente degradano verso la valle del Reno, da cui le separa un altipiano coltivato come un più fertile pianura bolognese, erano in gran parte boscose e furono dissodate e preparate con uno scasso di 1 metro; e ben afferma il M.se Bevilacqua che il buon vino comincia a farsi il giorno in cui si dissoda il terreno.

Al tempo stesso venne disciplinato l’andamento delle acque, deviandole superiormente e suddividendole all’interno degli appezzamenti vitati, mediante fossette e viottole, a pendenza mitissima, ottenendo in pari tempo grande facilitazione nell’eseguire i lavori annuali, oltre a suddividere gli appezzamenti destinati ai diversi vitigni.

Lo scasso veniva a costare in media L. 900 all’Ettara; il piantamento fu fatto secondo la disposizione a quinconce, sicchè le piante facciamo file in ogni direzione, raggiungendo così il massimo effetto d’aria e di sole. I ceppi furono collocati alla distanza di m. 1,30, il piantamento si fece con maglioli, a poca profondità.

La potatura, per il Negrettino, fu quella a cordone di 2 gemme ed anche di 3 e perfino 4 se la pianta è molto vigorosa, dando al ceppo generalmente 3 branche, a partire da 30 centimetri dal suolo, ottenendosi un alberello, quale è rappresentato dalla figura qui unita.

Il paletto fu riconosciuto necessario per sostenere i tralci, che vengono rilevati, ripiegati in cerchio all’insù, raccolti al centro con ampia curvatura e raccomandati al palo.

In tal modo, essendo con giudiziose scacchiature rimondati i ceppi e le branche, si lascia vuoto e arieggiato l’interno dell’alberello; mentre i grappoli rimangono distaccati dalla periferia, nelle migliori condizioni per raggiungere una maturazione perfetta. Ed è una vera meraviglia la regolarità dei ceppi e la uniformità e costanza della loro produzione.

La vite che qui rappresentiamo è la riproduzione di una fotografia eseguita dallo stesso Marchese Bevilacqua ed è il ceppo medesimo da cui fu tolto il grappolo di Negrettino che la bella cromolitografia del Casanova presentò ai lettori nel numero surricordato.

Tale produzione, in media, raggiunge gli 77,50 per Ettara; e poichè delle distanze accennate vi stanno 7000 piante, la produzione media per ceppo è di kg. 1,800. La spesa per l’impalatura è di L. 470.

In complesso le spese d’impianto raggiunono le L. 1245 per Ettara ammortizzate nel primo decennio; le spese normali di conduzione si aggirano attorno alle L. 400 l’Ettara; dato all’uva il prezzo di sole 12 lire al q.le si ha un beneficio di L. 500.

Questo conto vale oggi come valeva 20 anni fa, o almeno la differenza è poco sensibile: il che racchiude un grande insegnamento e cioè: che gli impianti razionalmente fatti e non meno razionalmente mantenuti, conservano una vigoria ed una costanza di produzione che sfida l’insulto del tempo, sostenendo doli quasi alle crisi che affliggono la viticoltura, forse più che ogni altra industria rurale; specialmente quando, come in questo caso, una buona viticoltura sia coronata da un’ottima enologia.

“il Negrettino nella pratica” L’Italia Agricola vol. 3, articolo di Domizio Cavazza, 1903

Cenni storici, origine, diffusione

Marescalchi e Dalmasso (1937) convengono sulla sinonimia tra Negretto e quel Majolo che, nel 1300, Pier de’ Crescenzi affermava essere un’uva nera molto diffusa nel bolognese: “… uva molto nera, la quale si matura avaccio, e fa i grappoli belli, lunghi e spessi, ed è in sapor dolcissima e fa vin duro e assai conservabile quasi nero, ed è assai fruttifera, ma teme alquanto il mollume, e provien nel piano e ne’ monti, e questa è avuta a Bologna in luoghi infiniti” (De Crescenzi e De Rossi, 1805).
Gallesio, nel 1839, elencando le uve del territorio di Faenza (RA) riferisce di un Negretto che “è un’uva stimata pure, che somiglia al Negretto di Ravenna”, ma in assenza di descrizione è difficile affermare se si tratti del Negrettino bolognese (Baldini, 1995). 
Maini (1851), tra le varietà coltivate nelle province di Modena e Reggio Emilia, cita un Magliolo (“.. grana fitte e rotonde, ma non tanto nere”) che nulla ha a che fare con il Majolo di De’ Crescenzi (“uva molto nera”), e una Negretta che ha tutta l’aria di somigliare al Terrano o Cagnina (“è di due sorte: altra dal picciuol rosso e altra no” e “somiglia molto alla Berzemina”).
Probabilmente anche il cavalier Aggazzotti (1867) doveva avere in collezione materiali simili a quelli descritti dal Maini, tanto che il Majolo risulta avere acini con buccia “rosso-rosa, sfumata al verde nell’interno del grappolo” e la Negretta un acino “alquanto ovale, di giusta grossezza, (15 millim.) non affatto opaco”, come il Terrano o Cagnina.
Nel fascicolo XII del Bullettino Ampelografico (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, 1879) si trovano alcuni cenni sulla viticoltura della provincia di Bologna e si legge: “Continuasi a piantare prevalentemente il negrettino, anteposto, e per abbondante produzione, e perché resistente all’oidio. Esso però non dà buon tipo di vino, ma soddisfa il gusto locale. …. All’infuori della prevalenza del negrettino, specialmente nei vigneti di colle e di monte, e dell’uva d’oro e della pomoria al basso piano, la viticoltura bolognese ha il gravissimo difetto dell’inconsulta molteplicità dei vitigni, piantati promiscuamente ed a caso, bianchi e neri…”. Quindi, a fine ottocento, il Negrettino era il vitigno prevalente nei vigneti specializzati del Bolognese. 
All’inizio del 1900, il Molon (1906) cita un Negretto di Forlì che presume essere sinonimo di Canaiolo nero e un Negretto che egli ritiene sinonimo di Neretto di Marengo.
Si desume, quindi, che dovesse esserci parecchia confusione a seguito dell’attribuzione del termine Negretto o Negrettino a diverse e distinte varietà di vite, tanto che, come riportato dal Marzotto (1925) alla voce Negrettino, “la Commissione Ampelografica di Forlì concluse col ritenere la Cagnina nera e il Negretto sottovarietà molto affini col Negrettino”, mentre la Commissione Ampelografica di Bologna stabilì che i
termini Morina o Moretta identificavano un vitigno diverso dal Negrettino (sinonimi errati).
Sempre il Marzotto riporta, poi, un interessante passo tratto dalla monografia del Cavazza sul Negrettino: “Il Neretto o Negretto, sinonimo di Negrettino nel Bolognese, è diverso dal Neretto o Moretto di Alessandria e di Marengo (n.d.r.: citato dal Molon come sinonimo di Negretto). È il vitigno a frutto nero più diffuso nella Provincia di Bologna donde si espanse nelle Romagne e nell’Appennino Toscano specialmente nel Mugello”; e
Cavazza conosceva molto bene la viticoltura Bolognese (Marzotto, 1925; Cavazza, 1902).
La confusione sul termine Negretto è rimasta fino a tempi recenti, come si può leggere nel Manzoni (1977): “Negretto, Negrettino, Moretto, Negretto dal raspo rosso. Vitigno molto produttivo già conosciuto nel 1300, simile alla Cagnina ma col grappolo dal raspo completamente verde e molto più abbondante di acini. L’uva, coltivata ancor oggi qua e là in collina, dà un buon vino da pasto di color rosso rubino, gradevole, di sapore secco, asprigno. Celebre il Negrettino prodotto nella zona di Imola”.
Ancora più recente è il caso di sinonimia errata tra Negretto e Uva Longanesi (Marangoni et al., 2000), una varietà a sé stante, con areale di diffusione intorno a Bagnacavallo (RA), che era stata inizialmente chiamata Negretto per il criterio secondo cui tale termine veniva spesso attribuito a uve con una colorazione particolarmente scura della buccia.
A conferma della “genericità” del termine Negretto, recenti analisi molecolari (Filippetti e Pastore, comunicazione personale) hanno individuato in un’accessione denominata Negretta la varietà Ancellotta, in una indicata come Negrettino Converselle (Forlì) la varietà Aleatico, e nell’accessione Negrettino Sbarzaglia la varietà Marzemino.
Quindi occorre prestare particolare attenzione di fronte ad accessioni indicate con i termini “negretto/a o negrettino/a”, poiché in aree di coltivazione della vite differenti possono sottintendere varietà diverse.

Zona tipica di produzione

Il Negretto descritto e iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite è il Negrettino bolognese, la cui area
tipica di coltivazione era la provincia di Bologna, ma si ritrovava anche nel Ravennate.

Scheda tecnica per l’iscrizione al repertorio, RER V 040

Occorre prestare particolare attenzione di fronte ad accessioni indicate con i termini “Negretto/a o Negrettino/a”, poiché in aree viticole differenti possono sottintendere varietà diverse. A conferma di ciò, recenti analisi molecolari (Pastore et al., 2020 e comunicazioni successive) hanno individuato in un’accessione denominata Negretta la varietà Ancellotta, in una indicata come Negrettino Converselle (Forlì) la varietà Aleatico, nell’accessione Negrettino Sbarzaglia la varietà Marzemino e, infine, che nel Negretto Gatti si nascondeva il Terrano. A conferma del legame del Negretto con il territorio emiliano-romagnolo e toscano, le analisi molecolari (tabella profili genetici) evidenziano una notevole condivisione con due vitigni, Cavecia Termarina (=Mammolo N. =Sciaccarello N.), legati tra loro da un rapporto genitore-figlio come riportato da D’Onofrio et al., 2021.

  • Sinonimi accertati: Negrettino bolognese, Negrettino
  • Sinonimie errate: Morina o Moretta, Uva Longanesi
  • Denominazioni dialettali locali: Nigärtén (Bolognese), Nigret (Romagna)
  • Rischio di erosione: elevato

L’areale di diffusione più tipico del vero Negretto è sempre stato il Bolognese, con propaggini fino alla Romagna. Ad oggi risultano 18,5 ettari (dati RER, 2021) investiti con questo vitigno, ma il dato è sicuramente inquinato da attribuzioni non corrette. Marescalchi e Dalmasso (1937) convengono sulla sinonimia tra Negretto e quel Majolo che, nel 1300, Pier de’ Crescenzi affermava essere un’“uva molto nera, la quale si matura avaccio, e fa i grappoli belli, lunghi e spessi, ed è in sapor dolcissima e fa vin duro e assai conservabile quasi nero, ed è assai fruttifera, ma teme alquanto il mollume, e provien nel piano e ne’ monti, e questa è avuta a Bologna in luoghi infiniti” (De Crescenzi e De Rossi, 1805). Indubbiamente questo Majolo era molto diffuso nel Bolognese, ma gli elementi riportati non sono sufficienti ad identificarlo con il Negretto bolognese, come pure è difficile risalire all’identità tra questo e il Negretto riscontrato dal Gallesio, nel 1839, in territorio di Faenza (RA) e “che somiglia al Negretto di Ravenna” (Baldini, 1995). Maini (1851), tra le varietà coltivate nelle province di Modena e Reggio Emilia, cita un Magliolo (“grana fitte e rotonde, ma non tanto nere”) che nulla ha a che fare con il Majolo di De’ Crescenzi (uva molto nera), e una Negretta che ha tutta l’aria di somigliare al Terrano o Cagnina. Probabilmente anche il cavalier Aggazzotti (1867) doveva avere in collezione materiali simili a quelli descritti dal Maini, tanto che il Majolo risulta avere acini con buccia “rosso-rosa, sfumata al verde nell’interno del grappolo” e la Negretta un acino “alquanto ovale, di giusta grossezza, (15 millim.) non affatto opaco”, come il Terrano o Cagnina. È solo nel fascicolo XII del “Bullettino ampelografico” (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, 1879), che si trovano le prove documentate del fatto che, a fine Ottocento, il Negrettino era il vitigno prevalente nei vigneti specializzati del Bolognese. A inizio Novecento, poi, il Molon (1906) cita un Negretto di Forlì che presume essere sinonimo di Canaiolo nero e un Negretto che egli ritiene sinonimo di Neretto di Marengo, a riprova della enorme confusione che si celava dietro la denominazione, tanto più che, alcuni anni più tardi, il Marzotto (1925) riferiva che “la Commissione Ampelografica di Forlì concluse col ritenere la Cagnina nera e il Negretto sottovarietà molto affini col Negrettino”, mentre la Commissione ampelografica di Bologna stabilì che i termini Morina o Moretta identificavano un vitigno diverso dal Negrettino (sinonimi errati). Sempre Marzotto riporta, poi, un interessante passo tratto dalla monografia del Cavazza, in cui asseriva che “Il Neretto o Negretto, sinonimo di Negrettino nel Bolognese, è diverso dal Neretto o Moretto di Alessandria e di Marengo (ndr: smentendo Molon). È il vitigno a frutto nero più diffuso nella Provincia di Bologna donde si espanse nelle Romagne e nell’Appennino Toscano specialmente nel Mugello”; e Cavazza conosceva molto bene la viticoltura Bolognese (Marzotto, 1925; Cavazza, 1902). In questo areale il Negretto era spesso coltivato in vigneti misti con Barbera, arrivati sino ai giorni nostri, per conferire all’uvaggio zucchero e colore.
La confusione sulla denominazione, comunque, è proseguita nel tempo (Manzoni, 1977) e a fine anni ’90 si è dovuto dirimere il caso della errata attribuzione del nome Negretto alla varietà poi denominata Uva Longanesi (Marangoni et al., 2000), vitigno con areale di diffusione intorno a Bagnacavallo (RA), che era stata inizialmente chiamata Negretto sempre seguendo il criterio dell’attribuzione del nome a uve non meglio identificate ma con una colorazione particolarmente scura della buccia.

Caratteristiche del vitigno

  • Foglia. Media, cuneiforme, con lembo a gronda, poco bolloso, e nervature verdi. Seno peziolare chiuso con base a V, seni laterali superiori poco profondi, o al più medi, a lembi leggermente sovrapposti, con base sagomata a parentesi graffa e talora anche ad U, raramente con un dente. Denti a margini convessi. Pagina inferiore con peli coricati tra le nervature a densità bassa e peli eretti sulle nervature con densità media o poco più.
  • Grappolo. Conico, medio-piccolo, da medio a compatto, spesso con 1 ala peduncolata. 
  • Acino sferoidale, medio-piccolo, con buccia mediamente pruinosa, di colore blu-nero, abbastanza consistente. Polpa molle, incolore e senza sapori particolari.
  • Caratteri agronomici ed enologici. Pianta rustica, con portamento semi-ricadente, produzione buona e costante. Si adatta bene alla speronatura. Germoglia tra il 10 e il 20 aprile, fiorisce nella prima decade di giugno, invaia tra fine luglio e inizio agosto e si raccoglie nell’ultima decade di settembre. Nel passato era tenuto in considerazione per la sua tolleranza all’oidio. Uva da vino, da utilizzare per lo più in uvaggio o da taglio, poiché tende ad avere poca acidità, discreto zucchero e molto colore8.

Fontana, Marisa; Pastore, Chiara; Perri, Francesco; Filippetti, Ilaria – Le vecchie varietà locali di vite – 2022

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