Scheda Cornucopia
L’Alionza è un vitigno a bacca bianca autoctono dell’Emilia-Romagna, particolarmente legato al territorio collinare tra Bologna e Modena. Si tratta di un’uva di origine molto antica: viene citata già nel XIV secolo dal celebre agronomo medievale Pietro de’ Crescenzi nel suo trattato Ruralia Commoda (1304-1309) .
In mancanza di un nome specifico, si ritiene che Crescenzi possa aver indicato questa varietà con il termine generico di “uva Schiava”, riferito a vitigni forse originari di terre slave o coltivati con particolari forme di allevamento . Il nome Alionza compare chiaramente più tardi: la prima menzione documentata è quella dell’agronomo bolognese Vincenzo Tanara, che nella sua Economia del cittadino in villa (1644) cita la “Leonza” tra i vitigni locali, notando che “La Leonza, il Barbosino, … con poch’acqua fanno vino picciolo, & insipido” .
Dal Seicento in poi le testimonianze storiche sull’Alionza diventano più frequenti. Un aneddoto locale vuole che già nel XV secolo Cesare Borgia, colpito dal vino di Alionza assaggiato nell’Imolese, ne abbia inviato alcune botticelle a Roma per Papa Alessandro VI (pontificato iniziato nel 1492) . Ciò farebbe supporre una presenza dell’uva Alionza nell’area bolognese-modenese ben prima delle citazioni scritte secentesche. In effetti, autori successivi attestano la diffusione dell’Alionza fin dal Cinquecento con vari nomi sinonimi – Alionga, Glionza, Leonza – e ne segnalano la coltivazione non solo nel Bolognese ma sino al Bresciano e all’alto Mantovano, dove era consumata anche come uva da tavola. Il nome Leonza (una delle forme dialettali di Alionza) avrebbe un’origine curiosa: deriverebbe dal latino leo (leone) e dall’italiano lonza (lince), evocando le macchie scure del mantello di questi felini, “siccome l’uva maturata mostrasi di essere spruzzata come di color ruggine” – in altre parole, gli acini a maturazione presentano puntinature brunite che ricordano il manto di un grosso gatto selvatico (lince). Questa spiegazione, riportata in studi ampelografici moderni, è dovuta alla studiosa Marisa Fontana e conferma l’antico legame del nome con l’aspetto dei grappoli.
Durante i secoli XVIII-XIX l’Alionza godeva di ottima reputazione nei testi agronomici. Cosimo Trinci, ne L’agricoltore sperimentato (1764), dedica un capitolo all’Uva Lonza descrivendola come “di qualità bianca; maturata perfettamente, diventa un poco picchiettata di un colore simile alla ruggine… Comincia a maturare subito passata la metà d’Agosto; ne fa quasi sempre poca, di pigne spargole, di granella belle, grosse, tonde, e di guscio gentile”. Trinci elogia anche il vino che se ne ottiene: “fa il vino bianco di color di paglia… molto delicato e odoroso; matura presto per le prime bevute, è molto gradevole da bersi solo; e mescolata in giusta quantità con altre uve, fa buonissima composizione, particolarmente ne’ vini bianchi” . Nel 1825 Giuseppe Acerbi include l’Alionza tra le “Viti de’ contorni di Bologna” , e il dizionario del dialetto bolognese di Claudio Ermanno Ferrari le dedica una voce definendola “specie d’uva di moltissimo sugo” . Il conte Giuseppe di Rovasenda, nel suo Saggio di Ampelografia (1877), annovera l’Alionza bianca di Bologna tra “le migliori per vino”.
La prima descrizione ampelografica dettagliata dell’Alionza venne realizzata dalla Commissione Ampelografica di Bologna nel 1879, che la registrò con i sinonimi Alionza, Aleonza, Leonza . Negli Atti della Società Agraria bolognese del 1880, il conte Francesco Massei riferisce che sulle colline attorno a Bologna “le uve bianche più stimate… Sono: la Leonza, l’Albana, il Montù, la Forcella” , a riprova del prestigio di cui godeva l’Alionza nell’Ottocento. Verso la fine del XIX secolo l’enologo Jemina (1897) inserisce l’Alionza tra “le migliori uve da vino coltivate nel Bolognese e Modenese, unitamente all’Albana” . All’inizio del Novecento, l’ampelografo Girolamo Molon nel suo trattato Ampelografia (1906) riassume lo stato delle conoscenze sul vitigno, puntualizzando la questione dei sinonimi e distinguendo nettamente l’Alionza da un’altra uva locale detta Gatta (talora confusa con essa): “…uva a grappolo serrato, che matura a fine settembre, mentre l’Alionza ha grappolo sciolto e matura nella prima
quindicina dello stesso mese” .
Anche dopo la devastazione causata dalla fillossera (fine Ottocento), l’Alionza continuò ad essere considerata una varietà importante per la ricostruzione viticola. Il prof. Nazari nel 1910 la cita tra i principali vitigni da reimpiantare in Emilia , e Toni nel 1927 la annovera tra le uve che maggiormente avevano contribuito al miglioramento della viticoltura bolognese, tanto da essere ancora tenuta in considerazione anche con l’avvento dei nuovi impianti specializzati . Queste attestazioni storiche confermano che l’Alionza, pur di origini incerte (per alcuni proveniente dall’area adriatica orientale, per altri semplicemente locale), è sempre stata profondamente radicata nella tradizione vitivinicola emiliana.
Studi recenti di genetica forense viticola hanno aggiunto un ulteriore tassello sull’origine: analisi del DNA pubblicate nel 2021 indicano che l’Alionza è strettamente imparentata (rapporto di primo grado) con la Garganega, importante uva veneta, e mostra anche affinità con il Trebbiano Toscano . Ciò lascia supporre che l’Alionza possa essere nata da un incrocio naturale storico (genitore-figlio) tra Garganega e un’altra varietà non identificata , a conferma di un’origine autoctona italiana piuttosto che un’introduzione dall’estero.
Sinonimi storici e locali: Nel corso dei secoli l’Alionza ha acquisito numerosi sinonimi. Tra quelli accertati si ricordano Leonza (il più diffuso in antichi testi bolognesi), Alionga bianca, Glionza, Aleonza, Leonzia, Uva Lonza, oltre al nome locale Uva Schiava (in uso nel Bolognese) . Quest’ultimo appellativo (Schiava) va sottolineato non perché indichi parentela con le uve Schiava altoatesine, ma perché anticamente si usava “sciavo/schiava” per indicare vitigni ritenuti d’importazione slava o viti maritate obbligate a sostegni (vite “schiava” contrapposta a vite libera su pergola) . Da notare che alcune denominazioni sono state chiarite come errate: ad esempio Gatta o Gatta Alionza (un tempo usate forse per somiglianza) non corrispondono realmente all’Alionza, così come Schiava bianca generico . In dialetto modenese la si chiamava Aliàunza. Tutta questa ricchezza di nomi testimonia la larga diffusione e l’antica considerazione di cui godeva questo vitigno bianco nei territori emiliani
Diffusione passata e attuale
Diffusione storica: L’Alionza è stata a lungo una delle uve bianche più tipiche del Bolognese, insieme ad Albana e Montù (alias Montuni) . In passato la sua coltivazione non si limitava al circondario di Bologna: la troviamo infatti anche nelle campagne limitrofe di Modena e Imola, e sporadicamente persino nel Ravennate . Documenti ottocenteschi attestano che arrivò ad essere piantata fino alle province lombarde di Brescia e Mantova, specialmente come uva da consumo fresco venduta sui mercati locali . La sua presenza nel tempo era dunque abbastanza estesa nell’Italia settentrionale, benché il cuore produttivo restasse in Emilia. Verso fine ’800 l’Alionza era considerata “uva antichissima, poco produttiva, ottima da consumarsi fresca e per il suo vino molto alcolico, squisito e profumato” , segno che veniva apprezzata sia come frutto da tavola sia per la vinificazione.
Declino nel XX secolo: Dopo i primi decenni del Novecento, l’Alionza ha conosciuto un progressivo declino, in parte dovuto ai suoi limiti agronomici (resa incostante) e in parte ai cambiamenti nelle preferenze colturali. Nel secondo dopoguerra, con la diffusione massiccia di vitigni più produttivi e di impianti specializzati, la superficie dedicata ad Alionza è calata drasticamente . Molte vecchie viti sono state estirpate o sostituite da varietà internazionali o da uve bianche più richieste dal mercato. Un punto di svolta formale si ebbe nel 1989, quando l’Alionza fu iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite d’Italia : un riconoscimento ufficiale che purtroppo avvenne quando il vitigno era già prossimo all’estinzione commerciale.
Situazione contemporanea: I censimenti agricoli evidenziano numeri in forte contrazione. Nel 2000 in Emilia-Romagna si contavano ancora 36 ettari vitati ad Alionza, ma dieci anni dopo (Censimento 2010) la superficie era crollata a circa 7,2 ettari . Dati recenti indicano che nel 2021 rimanevano appena 4,61 ettari in tutta la regione – livello che configura l’Alionza come vitigno praticamente in via di estinzione. A livello nazionale, nel 2012 risultavano complessivamente 43 ettari (in gran parte coincidenti con quelli emiliani) . Oggi l’Alionza sopravvive grazie all’impegno di pochi viticoltori custodi e a progetti di recupero. La si trova quasi esclusivamente nelle colline tra Bologna e Modena, spesso mescolata in vecchi vigneti promiscui. In vinificazione moderna, il suo impiego è principalmente come uva complementare minoritaria in alcune denominazioni locali (vini bianchi a Indicazione Geografica Tipica o anche in certi blend DOC del bolognese) . Alcuni produttori vendono ancora i grappoli di Alionza come uva da tavola in annate favorevoli, perpetuando l’antico uso duale fresco/vino. Va sottolineato che la rarefazione odierna del vitigno non è dovuta a scarsa qualità enologica – storicamente era anzi considerato un miglioratore – bensì a difficoltà produttive e mutate richieste di mercato. L’Alionza, infatti, garantiva un raccolto relativamente affidabile solo in condizioni ottimali, mentre soffriva in caso di clima avverso (vedi oltre). Questo ne ha penalizzato la competitività rispetto ad uve più costanti. Tuttavia, l’interesse storico e la peculiarità enologica di questa “vecchia cara Alionza” hanno motivato il recente impegno per salvarla dall’oblio.
Caratteristiche Ampelografiche
Foglia: Di dimensioni medie o medio-piccole, di forma cuneiforme (triangolare) e generalmente con 5-7 lobi pronunciati. La lamina presenta un profilo leggermente a coppa (margini talora revoluti verso il basso) e una superficie non troppo bollosa. Il seno peziolare (incavo alla base del picciolo) è ad ampio V, spesso con i lobi quasi sovrapposti o chiusi fra loro. I seni laterali superiori sono moderatamente profondi, a base a U, con lobi che tendono a sovrapporsi (raramente aperti) . La pagina inferiore della foglia è caratterizzata da una pubescenza sparsa: presenza di peli striscianti di densità mediobassa lungo le nervature, e pochi peli eretti sempre sulle nervature. Il colore della foglia è verde medio, con nervature marcate; in autunno può assumere sfumature giallo-dorate.
Grappolo: Di media grandezza ma piuttosto lungo (spesso 18-25 cm), di forma piramidale allungata, con uno sviluppo alato frequente: tipicamente presenta 1 o 2 ali (ovvero porzioni laterali come grappolini secondari) ben formate. La densità del grappolo è tendenzialmente media o medio-spargola: gli acini non sono troppo fitti, lasciando filtrare aria tra di essi. Il peduncolo del grappolo è corto e robusto. In termini di peso, un grappolo maturo può superare i 400 grammi nelle viti vigorose.
Acino: Di dimensioni medie o medio-grandi, sferoidale e uniformemente arrotondato . La buccia è di colore verde-giallastro quando l’uva è invaiata, tendente al giallo dorato ambrato a piena maturazione soprattutto sul lato esposto al sole . La pruina è presente in quantità media, conferendo agli acini un aspetto leggermente opaco. La buccia è abbastanza spessa e consistente (detta “di guscio gentile” in alcuni testi storici ), caratteristica che rende l’uva resistente ma riduce la resa in mosto. La polpa è succosa, di sapore neutro o leggermente dolce, non aromatica. Un tratto distintivo dell’Alionza è la tendenza all’acinellatura dolce: in molte annate si riscontra nel grappolo una percentuale di acini più piccoli, quasi apireni, che maturano poco e restano verdi ma accumulano zuccheri (da cui acinellatura “dolce”) . Questa caratteristica, comune anche ad altri vitigni antichi, influisce sulla produzione (riduce la quantità di succo ottenuto) ma non sul sapore degli acini rimanenti.
Fenologia: L’Alionza ha un ciclo vegetativo medio. Il germogliamento avviene a inizio primavera in epoca medio-precoce; la fioritura è piuttosto precoce anch’essa (fine maggio o primi di giugno) e l’invaiatura avviene in tempi medi . La maturazione dell’uva è di epoca media: generalmente i
grappoli raggiungono la piena maturità verso la prima metà di settembre nelle zone collinari emiliane . Alcune fonti la definiscono tardiva rispetto ad altre uve bianche locali , ma in pratica l’Alionza vendemmia dopo i precoci (come Chardonnay) e poco prima di varietà tardive (come Trebbiano). La vendemmia tradizionalmente avveniva tra metà e fine settembre, a seconda dell’andamento climatico.
Resistenza ai fattori esterni: Una qualità apprezzata dell’Alionza è la sua rusticità. Le viti sono vigorose e relativamente resistenti alle intemperie primaverili: tollerano abbastanza bene le gelate tardive e gli sbalzi termici, fattori che causano meno danni rispetto ad altre uve . Inoltre l’Alionza mostra una buona resistenza a diverse patologie fungine della vite. In particolare ha una tolleranza mediamente alta alla botrite (marciume del grappolo) e all’oidio (mal bianco) , come riportato sia da fonti moderne che da osservazioni storiche (era nota per non marcire facilmente). Questa resistenza naturale, unita alla buccia spessa, faceva sì che i grappoli potessero essere lasciati sulla pianta senza troppi problemi fino a piena maturazione o utilizzati per appassimento moderato. Anche nei confronti della peronospora la difesa era agevolata dalla spargolarità del grappolo, che asciugandosi rapidamente limitava le infezioni. In generale quindi l’Alionza era ritenuta un’uva “affidabile, di rese consistenti e forte resistenza ai diversi fattori di rischio” in vigna , fattore che ne incoraggiò la coltivazione per secoli.
Profilo genetico: Come accennato, le indagini sul DNA hanno evidenziato parentele significative: Alionza risulta geneticamente collegata alla Garganega (rapporto di parentela di primo grado) e mostra affinità al gruppo del Trebbiano Toscano . Ciò suggerisce che condivida uno dei genitori con quest’ultimo (forse proprio Garganega come genitore, oppure discendente comune). Non vi è invece alcuna relazione stretta con vitigni stranieri come la greca Sklava, con cui in passato fu confusa: le analisi hanno smentito legami genetici con quest’uva greca nonostante la somiglianza del nome (Schiava/Sklava) fosse fuorviante.
Tecniche di Coltivazione: ieri e oggi
Forme di allevamento storiche: Nella viticoltura tradizionale emiliana l’Alionza veniva spesso allevata con sistemi espansi e piante di grandi dimensioni. Fonti ottocentesche ricordano che questa varietà si coltivava un tempo nelle famose “alberate” della pianura: cioè viti maritate agli alberi, che salivano lungo tutori vivi (spesso gelsi o olmi) ai margini dei campi. L’Alionza, insieme ad altre uve bianche locali, era frequente nelle alberate del Bolognese e Modenese, dove i tralci potevano espandersi e produrre copiosamente. Un reperto curioso a tal proposito è il “ceppo monumentale di vite Alionza” rinvenuto nel 1911 presso un’alberata a Castelfranco Emilia: il tronco di quella vite secolare aveva 65 cm di circonferenza ed è oggi conservato in un museo agrario (Museo didattico dell’Istituto di Coltivazioni Arboree di Bologna).
All’inizio del ’900 erano documentati diversi esemplari enormi di Alionza: ad esempio una pianta a pergola a Pragatto di Crespellano con tronco di 80 cm che produsse fino a 8 quintali d’uva in un anno. Ciò dà l’idea della vigoria di queste viti allevate in forme espanse. Accanto all’alberata, un’altra forma tradizionale era la pergola (detta localmente “pergolato pensile”): l’Alionza infatti veniva spesso coltivata su pergole orizzontali, sia nei filari campestri sia nelle colline, analogamente a quanto avvenuto per l’uva Schiava in Trentino. La pergola garantiva ombreggiamento e maturazione lenta, riducendo il rischio di scottature sugli acini dorati. In alternativa, dove si passò a impianti più bassi nell’800, si usò anche la potatura a filari con sostegni e fili orizzontali – un sistema in cui le viti erano “legate” e che nei testi era contrapposto proprio alla pergola pensile. Da ciò l’uso del termine “vite schiava” (vite legata) in contrapposizione alla vite libera su pergola .
Una costante nei vecchi vigneti a Alionza era l’adozione della potatura lunga. Il vitigno infatti fruttifica meglio sui tralci di medio-lunga dimensione, per cui i viticoltori tendevano a lasciare capi a frutto lunghi (emergenti magari da teste di salice sugli alberi o da lunghi speroni su pergola) . Ciò permetteva di compensare eventuali fallanze di allegagione: se alcuni fiori non allegavano (fenomeno dell’acinellatura), altri grappoli sui tralci lunghi garantivano comunque la produzione. All’opposto, la potatura corta avrebbe concentrato troppo pochi grappoli, data l’incostanza produttiva della vite. L’Alionza era inoltre vigorosa e ben si prestava a riempire ampi spazi: per questo si preferivano sesti d’impianto larghi o l’uso di alberi alti, in modo da non imbrigliarne eccessivamente la crescita. Il conte Francesco Massei nel 1880 notava che in collina le uve bianche (Alionza, Albana, Montù ecc.) erano coltivate prevalentemente “in filari”, ovvero ai margini dei campi o lungo i confini, a differenza delle uve nere tenute nelle vigne al centro . Ciò lascia intendere un sistema promiscuo dove le viti bianche, più vigorose e talvolta usate anche da tavola, venivano coltivate isolate o in filari separati, magari maritate ad alberi, mentre i vigneti puri erano riservati alle nere da vino rosso.
Tecniche colturali attuali: Oggi la coltivazione dell’Alionza è circoscritta a pochi ettari, ma dove viene recuperata si applicano criteri moderni integrati alle esigenze specifiche del vitigno. Le esperienze degli ultimi anni (es. azienda Erioli nei Colli Bolognesi) suggeriscono che l’Alionza predilige impianti a bassa densità e potatura lunga. In un vigneto recente a Valsamoggia (BO), ad esempio, si adottano circa 4.000-4.500 ceppi/ha e forme a guyot tradizionale (potatura a tralcio rinnovato lungo). Ciò permette alla pianta vigorosa di esprimersi senza competizione e di portare più gemme fruttifere lungo il capo a frutto, mitigando il problema dell’acinellatura (se alcuni grappoli falliscono, altri compensano). I terreni ideali si confermano quelli collinari, sciolti e caldi, ben esposti a sud o sud-ovest. Un clima asciutto in estate è importante: l’uva non ama eccessi di umidità che favorirebbero acinellatura e ritardi di maturazione. Le attuali cure agronomiche per l’Alionza puntano alla qualità più che alla quantità: si pratica spesso il diradamento dei grappoli in invaiatura per concentrare gli zuccheri, e si limita la vigoria con inerbimento del suolo (copertura erbosa) e concimazioni organiche moderate. Molti coltivatori di Alionza sono orientati alla sostenibilità: ad esempio trattamenti ridotti (rame e zolfo) e fermentazioni con lieviti indigeni, per valorizzare il carattere territoriale dell’uva.
Quanto alle forme di allevamento odierne, la controspalliera è lo standard (filari con pali e fili orizzontali), con altezza media. Può essere gestita sia a guyot (1 capo a frutto lungo + sperone) sia a cordone speronato, ma la prima opzione è preferita per via della fruttificazione migliore su gemme distali. In qualche caso si è sperimentata ancora la pergola bassa su filare, ma non è comune in nuovi impianti. Rese produttive: i viticoltori che vinificano in purezza Alionza tendono a contenere le rese. Ad esempio, è stato riportato un carico d’uva attorno ai 50 q/ha per ottenere maggiore concentrazione. In passato, invece, l’Alionza poteva produrre abbondantemente (80-100 q/ha e oltre) nelle annate favorevoli, specie su viti vecchie e grandi. La resa di trasformazione uva/vino risente però della buccia spessa: la pressatura dà meno mosto rispetto ad altre uve bianche, uno dei motivi per cui i vecchi contadini la ritenevano meno redditizia nonostante l’abbondanza di grappoli.
Problemi agronomici specifici: Il punto debole dell’Alionza è la sua incostante produttività. Come già detto, l’acinellatura (mancata fecondazione di parte dei fiori) può ridurre drasticamente il raccolto in primavere piovose o fredde. Ciò avveniva e avviene tuttora: se durante la fioritura il clima è
sfavorevole, il grappolo resta rado e pieno di acini piccoli verdi. Questa caratteristica portò in passato molti agricoltori ad abbandonare l’uva, definendola “sfortunata” o capricciosa (un articolo la definisce “vitigno sfigato” in gergo scherzoso). Un altro difetto minore è la buccia spessa, che pur proteggendo l’acino comporta un rapporto mosto/bucce sfavorevole: in cantina si ottiene meno vino per quintale d’uva e occorre attenzione nelle pressature per non estrarre eccessiva tannicità. Infine, l’Alionza è un vitigno vigoroso che tende a produrre molte femminelle (ricacci laterali): la gestione in verde richiede interventi di spollonatura e scacchiatura per arieggiare i grappoli. Nonostante ciò, rimane abbastanza rustico e adatto anche a coltivazioni a bassa tecnologia – come dimostra il fatto che alcune piante centenarie non innestate siano sopravvissute fino ad oggi (nei campi catalogo) senza particolari cure.
In sintesi, ieri come oggi l’Alionza mostra un duplice volto: robusta e generosa nel dare uva di qualità aromatica, ma esigente nel richiedere condizioni climatiche ottimali e cure adeguate per garantire una produzione regolare. È un vitigno che “perdona poco” ma che, se ben gestito, sa ricompensare con vini di spiccata personalità.
Il vino di Alionza
Profilo organolettico dei vini: Vinificata in purezza, l’Alionza dà vini bianchi di buona struttura, con una gradazione alcolica moderata ma sufficiente (in passato definiti sia “poco spiritosi” da Trinci , sia “molto alcolici” da fonti ottocentesche , a seconda delle rese e della maturazione raggiunta). Il colore è tipicamente giallo paglierino di media intensità, talora con riflessi verdognoli da giovane , che può evolvere verso il dorato se l’uva era ben matura o leggermente appassita. L’aroma è uno dei punti di forza: i vini da Alionza presentano un bouquet abbastanza intenso e fine. I descrittori olfattivi più ricorrenti sono quelli floreali (fiori bianchi di campo, acacia, tiglio) e fruttati (frutta a polpa bianca e gialla). Note di mela verde, pera, e talvolta sentori di frutta esotica (ananas) sono stati rilevati in degustazione . Un accenno erbaceo di fieno tagliato o tè verde può emergere, insieme a delicate sfumature di mandorla. Ad esempio, un’Alionza in purezza prodotta recentemente è stata descritta con profumi di “ginestra, mele al forno, tè” e un finale con note di mandorla e agrumi . Al palato il vino è equilibrato: di media acidità, abbastanza sapido e di corpo moderato, con buon equilibrio gustativo. Non è un bianco esuberante di potenza, ma offre piuttosto eleganza e una persistenza gustoolfattiva media con accenti ammandorlati sul finale (retrogusto leggermente amarognolo di mandorla, tipico di molti autoctoni bianchi). La longevità di questi vini può sorprendere: pur non essendo molto acidi, diversi esperimenti hanno mostrato che l’Alionza regge alcuni anni di affinamento. Una versione ferma affinata sur lie in acciaio ha dimostrato di “raggiungere l’apice dopo oltre un lustro” dalla vendemmia , segno di una tenuta ossidativa non comune per un bianco. In passato si diceva che l’Alionza producesse vini “serbevoli”, ovvero capaci di conservarsi bene per qualche stagione . Questa dote era apprezzata dai contadini che ne mettevano da parte per il consumo estivo dell’anno successivo.
Stili di vinificazione: Tradizionalmente l’Alionza era usata soprattutto in uvaggi. Date le sue proprietà, fungeva da uva migliorativa nei tagli dei vini bianchi locali: ad esempio poteva essere assemblata con Albana o Trebbiano per aggiungere profumo e finezza. Pietro de’ Crescenzi già nel Medioevo consigliava di mescolare uve diverse “in giusta quantità” per fare vini migliori, e Trinci nel 1764 confermava che un po’ di Alionza mescolata ad altre uve bianche dava “buonissima composizione” . Anche nel Novecento la si trovava spesso nei vini comuni bolognesi, in piccole percentuali, per arricchirne l’aroma. Oggi, con la riscoperta in purezza, si sono esplorati due principali approcci enologici: vinificazione ferma (bianco
secco tranquillo) e spumantizzazione.
– Vino bianco fermo: è la tipologia che meglio esalta le peculiarità aromatiche dell’Alionza. I produttori che la imbottigliano (vedi oltre) la lavorano in acciaio, talvolta con sosta prolungata sui lieviti fini per aumentarne la complessità. Il risultato è un bianco dal profumo aromatico gentile ma distintivo, fresco e scorrevole al gusto. Un esempio è il “Malvezza” (Emilia IGT) dell’Az. Erioli, Alionza in purezza: colore oro vivido, profumi intensi di fiori di ginestra e frutta matura, sapore morbido ma sostenuto da freschezza e sapidità, molto godibile come aperitivo o a tutto pasto . Questo vino ha mostrato anche una buona evoluzione dopo alcuni anni, sviluppando note più complesse (miele, frutta secca) mantenendo eleganza.
– Spumante metodo classico: viste la buona acidità e le note floreali dell’uva, qualche produttore ha sperimentato la rifermentazione in bottiglia. L’Az. Erioli ad esempio produce “Salébra”, uno spumante brut a base Alionza (assemblato con piccole parti di altre uve locali) . Un altro è il “Gargiolo di Alionza” dell’Az. Gradizzolo, un frizzante secco ottenuto al 100% da Alionza con rifermentazione naturale in bottiglia (sui lieviti). In versione spumante, l’Alionza dona vini dal perlage fine, con profumi delicati di fiori e crosta di pane, e un sorso agile, di moderato tenore alcolico (11,5-12%). Questi spumanti artigianali stanno riscuotendo interesse tra gli appassionati, dimostrando la versatilità di questo vitigno antico.
Esempi di vini in commercio: Attualmente i vini da Alionza sono prodotti in quantità limitate e spesso venduti direttamente in cantina o in enoteche specializzate. Oltre ai citati vini di Giorgio Erioli (Malvezza fermo e Salébra spumante), si segnalano: il Gargiolo di Alionza di Gradizzolo (Antonio Ognibene) frizzante sui lieviti; occasionali vinificazioni in purezza da parte di Paolo Galletti (Az. Bulzaga) e altri vignaioli locali coinvolti nei progetti di recupero; infine piccole quantità di Alionza confluiscono in blend a denominazione, ad esempio nei Colli Bolognesi DOC Bianco (dove possono entrare uve diverse autoctone). Questi vini, pur di nicchia, hanno raccolto commenti positivi per la loro originalità: vengono descritti come “conforto per i sensi” in quanto coniugano la rustica autenticità delle varietà antiche con una piacevolezza moderna. Dal punto di vista gastronomico, un bianco di Alionza si abbina bene ai piatti tipici emiliani non troppo strutturati: paste ripiene in brodo (tortellini), torte salate con verdure, formaggi freschi o di media stagionatura, pesce al forno o carni bianche delicate. La versione spumante è ottima come aperitivo o con fritti e salumi, grazie alla sua verve fresca e alle note floreali che ripuliscono il palato.
Progetti di Recupero e Conservazione Genetica
Negli ultimi anni si è assistito a una “seconda vita” dell’uva Alionza, grazie a iniziative mirate a salvarla dall’estinzione. In Emilia-Romagna esiste una precisa normativa per la tutela delle varietà autoctone a rischio: l’Alionza è inserita nell’elenco regionale delle varietà da conservazione (L.R. n.1/2008) e le è dedicata una scheda di repertorio che ne raccoglie i dati ampelografici e storici. Presso il campo collezione di Tebano (RA), gestito dal Centro Ricerche Produzioni Vegetali, erano mantenuti alcuni esemplari di viti Alionza per la conservazione ex-situ, insieme ad altre cultivar antiche locali (mi risulta che il campo sia stato totalmente espiantato come profilassi per la flavescenz dorata). Inoltre l’Istituto di Coltivazioni Arboree di Bologna custodisce materiale genetico e reperti (come il già citato ceppo monumentale) legati a questo vitigno, a testimonianza del patrimonio storico agricolo.
Sul fronte pratico, uno dei protagonisti della riscoperta è Giorgio Erioli, viticoltore nei Colli Bolognesi, che a partire dal 2005 circa ha iniziato a reimpiantare Alionza e altre uve rare (Negretto, etc.) nei suoi vigneti. Erioli, in collaborazione con ampelografi come la dott.ssa Marisa Fontana e l’agronomo Michele Staiano, ha studiato le caratteristiche del vitigno e selezionato le migliori marze per nuovi innesti. Grazie al suo lavoro, l’Alionza è stata “messa in sicurezza”: oggi non è più coltivata da un solo agricoltore ma condivisa con altri produttori lungimiranti del territorio. Ciò significa che tale varietà è stata propagata (anche attraverso vivai, come Vivai Dalmonte che offre barbatelle di Alionza) e distribuita ad aziende interessate, scongiurandone la scomparsa. Ad esempio, alcune nuove vigne sperimentali sono state piantate da viticoltori aderenti al progetto “G.R.A.S.P.O.” (un’associazione per la valorizzazione di vitigni storici locali) che coinvolge aziende dei Colli Bolognesi e l’Università di Bologna. Durante eventi come fiere del vino locale, l’Alionza viene presentata e fatta degustare per sensibilizzare il pubblico.
Il germoplasma di Alionza è oggetto di studio da parte del CNR-IBE e dell’Università Cattolica di Piacenza nell’ambito di progetti sui vitigni antichi italiani: la finalità è confrontare il DNA di queste piante per ricostruirne le parentele (come fatto con Garganega) e assicurarsi che la diversità genetica interna (cloni diversi di Alionza) venga preservata.
Parallelamente, i Consorzi vitivinicoli locali hanno iniziato a includere l’Alionza in disciplinari aggiornati. Ad esempio, il Consorzio Colli Bolognesi tutela oggi l’Alionza come parte del patrimonio varietale tradizionale: pur non essendo ancora vincolata in un DOC specifico (eccetto la menzione
possibile in alcuni blend), si sta valutando di consentirne un utilizzo più esplicito nelle IGP territoriali, incentivando i produttori a impiantare almeno qualche filare. In provincia di Modena, iniziative simili sono portate avanti dal Consorzio del Lambrusco per le varietà minori bianche un tempo presenti nelle alberate di pianura.
la Leonza o Lonza pregiabile caricarsi di molti grappoli e per il molto spirito che il di lei vino distillato ne rende e le più in uso fra noi da serbarsi o sezzaje da conservarsi cioè nelle per stuoje o canneti o arelle o ne cesti o appese da mangiarsi poi in inverno ed in primavera sono le suddette quattro prime qualità come pure la Preta e alcuna fra le diverse tosche e brumeste bumamma degli antichi.
Savani, Luigi. Memorie varie risguardanti la migliore agricoltura ora per la prima volta pubblicate insieme. Modena: Tipografia Vincenzi e Rossi, 1841.
Aleonza, Alionza, Leonza – dà vino di corpo asciutto, molto pregevole.
Schiava, Schiavona – è la Sclava del Crescenzio non diversa probabilmente dell’Alionza. Si conserva il nome di Schiava nella parte montuosa della Provincia e con tal nome il signor conte Domenico Nanni Levera me l’inviò da Vergato.
R. Scuola d’Applicazione per gli Ingegneri in Bologna. Notizie concernenti la scuola e monografie dei gabinetti. Bologna: Società Tipografica già Compositori, 1881
Questa situazione, molto probabilmente, fece sì che la Vitis vinifera ssp. sylvestris, dioica, endemica nel continente europeo e ancora oggi presente nelle pinete di Ravenna, si sia potuta incrociare con le varietà domestiche introdotte, originando una prole ermafrodita meglio adattata al clima freddo e umido della Pianura Padana. Questa ipotesi potrebbe dare ragione del difetto fiorale di numerose varietà locali dell’Emilia-Romagna, che in tempi recenti sono state abbandonate a causa della forte acinellatura e conseguente scarsa produttività: Lanzesa, Alionza, Trebbiano di Spagna, Malvasia odorosissima e altre ancora2.
Storica uva di Bologna, il cui nome, nell’accezione “Leonza”, deriverebbe dal latino “leo” e dall’italiano “lonza” (lince), “riprendendo l’immagine delle macchie nere di questi gatti selvatici, siccome l’uva maturata mostra di essere spruzzata come di color ruggine” (Hohnerlein-Buchinger, 1996). Le analisi genetiche rivelano una relazione di primo grado con Garganega (D’Onofrio et al., 2021) e una certa vicinanza a Trebbiano toscano (tabella profili genetici).
Sinonimi accertati: Leonza, Alionga bianca, Glionza, Aleonza, Leonzia, Uva lonza, Uva Schiava (nel bolognese)
Sinonimie errate: Gatta, Gatta Alionza, Schiava bianca
Denominazioni dialettali locali: Aliàunza (Modenese)
Rischio di erosione: molto elevato
Diffusione
Anche se era una delle uve bianche di Bologna per eccellenza, insieme ad Albana e Montuni, non era raro trovare piante di Alionza anche nelle vecchie piantate del Modenese, dell’Imolese e, talora, del Ravennate. Nel 1989 la varietà Alionza è stata iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, ma il suo destino era ormai segnato e le superfici destinate ad un calo continuo.
Nel 2000, in Emilia-Romagna, erano stati censiti 36 ettari di Alionza, che al Censimento 2010 erano già scesi a 7,19, per arrivare a 4,61 ettari nel 2021 (dati RER) e quindi a livello di vitigno in via di estinzione.
Un po’ di storia
Caratteristiche del vitigno
Grappolo. Cilindrico o anche conico, di media lunghezza e compattezza, con peduncolo piuttosto corto, spesso con 1 o 2 ali. Acini fecondati di media dimensione, sferoidali, con buccia di colore giallo-verde, che tende a divenire dorata quando esposta al sole, mediamente pruinosa, con polpa non troppo molle, anche se non propriamente soda. A seconda delle annate può essere presente una acinellatura dolce più o meno spiccata.
