A partire dal 2025 Cornucopia estende il proprio raggio d’azione a tutta l’Italia, includendo nelle ricerche anche le varietà al di fuori dell’Emilia-Romagna. Il focus rimane quello sui vitigni antichi, minori o localmente radicati, spesso ai margini del mercato ma centrali per la storia della viticoltura italiana.
Nel mondo esistono migliaia di lingue parlate da una minoranza della popolazione; molte sono destinate a scomparire, insieme alle culture che le hanno generate. In modo analogo, anche il patrimonio viticolo subisce un’erosione costante: in Italia una decina di vitigni copre circa la metà della superficie vitata, mentre su un migliaio di varietà complessive solo una parte è ancora coltivata e riconosciuta. I vitigni minori e dimenticati sono spesso i più esposti alla perdita, ma anche quelli che custodiscono il legame più stretto tra ambiente, pratiche agricole e tradizioni locali.
Questa sezione dell’Encyclopedia Cornucopia raccoglie, regione per regione, le schede dei vitigni storici italiani, con l’obiettivo di documentarne l’origine, il contesto agronomico, il profilo sensoriale e il ruolo nella cultura materiale dei territori in cui sono nati o si sono radicati.
Atlante regionale dei vitigni storici
Di seguito l’indice delle sezioni regionali dedicate ai vitigni storici e dimenticati. Ogni pagina raccoglie le schede delle singole varietà, organizzate per territorio.
- Vitigni Storici dell’Abruzzo
- Vitigni Storici della Basilicata
- Vitigni Storici della Calabria
- Vitigni Storici della Campania
- Vitigni Storici dell’Emilia-Romagna
- Vitigni Storici del Friuli
- Vitigni Storici dell’Istria
- Vitigni Storici del Lazio
- Vitigni Storici della Liguria
- Vitigni Storici della Lombardia
- Vitigni Storici delle Marche
- Vitigni Storici del Molise
- Vitigni Storici del Piemonte
- Vitigni Storici della Puglia
- Vitigni Storici della Sardegna
- Vitigni Storici della Sicilia
- Vitigni Storici della Toscana
- Vitigni Storici del Trentino
- Vitigni Storici dell’Umbria
- Vitigni Storici della Val D’Aosta
- Vitigni Storici del Veneto
Introduzione alla sezione “Encyclopedia”
Nel mondo circa 6.000 lingue sono parlate da una quota minoritaria dell’umanità; molte di esse sono destinate a scomparire nel silenzio, insieme alle culture che le hanno generate. In modo sorprendentemente simile, in regioni come il Caucaso si perdono ogni anno decine e decine di vitigni, e anche in Italia il quadro è fortemente squilibrato: una decina di varietà copre circa il 50% della superficie vitata, mentre, su un patrimonio complessivo di circa un migliaio di vitigni, solo poco più di trecento risultano effettivamente coltivabili.
Il parallelismo fra lingue e vitigni aiuta a comprendere la portata culturale di questa erosione. Così come ogni cultura locale ha creato fonemi, dialetti e idiomi per esprimere la propria visione del mondo, allo stesso modo le comunità contadine hanno selezionato, nel corso dei secoli, le varietà di vite che meglio si adattavano alle esigenze locali e alle caratteristiche degli ambienti di coltivazione. I vitigni, e i vini che se ne ricavano, sono divenuti così veri e propri vettori di espressione del territorio: da un lato la componente genetica (la varietà), dall’altro la componente culturale (pratiche viticole, tecniche enologiche, abitudini alimentari, bisogni locali).
Poi, qualcosa è cambiato. Il contatto e la mescolanza con culture lontane hanno portato, in ambito linguistico, all’assimilazione di idiomi esterni a scapito di dialetti e parlate locali; in viticoltura, nello stesso modo, i vitigni stranieri hanno dapprima affiancato e poi sostituito le varietà minori delle zone marginali. Come alcune lingue o dialetti sono scomparsi perché abbandonati dalle nuove generazioni, così numerosi vitigni locali sono stati progressivamente estinti e rimpiazzati da poche varietà internazionali. La scomparsa di un vecchio vitigno, come la morte di una lingua, è un fenomeno collettivo: è l’intera tradizione viticola ed enologica di un territorio che si interrompe o si trasforma.
L’adozione di un “linguaggio universale” della vite e del vino – varietà internazionali, tecniche enologiche standardizzate, gusto omologato su parametri dettati dal mercato – ha semplificato il sistema produttivo, ma al prezzo di una forte riduzione della complessità genetica e culturale. Dal passaggio dalle popolazioni varietali ai cloni, all’uso indistinto di protocolli enologici importati, fino all’omologazione sensoriale, molti passaggi hanno contribuito all’erosione del patrimonio ampelografico. In Italia, nel corso di un secolo, si è assistito a una drastica riduzione del numero di vitigni coltivati e a un aumento massiccio di poche varietà straniere, con un progressivo impoverimento della variabilità genetica.
Anche il lessico usato per parlare di questi vitigni riflette questa complessità. Termini come “antichi”, “autoctoni”, “locali”, “minori”, “indigeni” o “domestici” sono spesso impiegati in modo approssimativo. Un vitigno locale è di norma anche antico, in quanto coltivato in quel luogo da molto tempo, ma non necessariamente autoctono in senso stretto; al contrario, alcune varietà di antichissima introduzione (come i Moscati o le Malvasie provenienti da oriente) sono oggi radicate in territori lontani dall’area d’origine. Spesso i nomi vernacolari derivano da caratteri morfologici (colore della bacca, forma del grappolo, vigoria, epoca di maturazione) o dal luogo di provenienza, e testimoniano una selezione intimamente integrata nel sistema agrario tradizionale.
Per molti contesti della viticoltura europea occidentale, la definizione rigorosa di “autoctono” risulta problematica, se non forse per i vitigni derivati direttamente dalla domesticazione di viti selvatiche locali o dalle varietà ottenute per introgressione genetica. Appare quindi più corretto, in molti casi, parlare di vitigni antichi o minori, piuttosto che insistere su una presunta autoctonia difficilmente dimostrabile.
L’interesse contemporaneo verso questi vitigni nasce da più direttrici. Da un lato, il movimento ecologista degli anni Settanta e Ottanta ha riportato al centro il tema della biodiversità, vegetale e animale, spontanea e addomesticata. Dall’altro, mutamenti di natura economica – segmentazione del mercato del vino, creazione di nicchie di consumo come reazione alla diffusione di pochi vitigni ubiquitari – hanno reso evidente il valore strategico di queste varietà per differenziare le produzioni e evitare l’omologazione a modelli replicabili ovunque. In questo quadro va ricordata anche la vite selvatica, ancora presente in diversi ambienti umidi europei, che rappresenta una testimonianza antichissima delle viti primigenie e una possibile risorsa di geni utili per caratteri qualitativi o di tolleranza alle malattie.
Il recupero dei vitigni antichi passa attraverso una serie di azioni complementari: raccolta e catalogazione del germoplasma esistente; caratterizzazione viticola ed enologica; risanamento dalle principali virosi; iscrizione al Catalogo nazionale o provinciale, condizione indispensabile per la propagazione e la coltivazione; costituzione di reti di “viticoltori custodi” che mantengano la variabilità in azienda, evitando che sopravviva solo nelle collezioni; conservazione dei vigneti più vecchi, dove la diversità intravarietale è ancora massima; programmi di comunicazione, formazione e valorizzazione rivolti a produttori, tecnici, ristoratori, enoteche, sommelier e consumatori; eventi territoriali dedicati ai vini ottenuti da queste varietà.
La reintegrazione dei vitigni antichi nella viticoltura contemporanea può seguire percorsi diversi e non necessariamente alternativi: ruolo di protagonisti in nuovi modelli viti-enologici locali; funzione complementare per accrescere la tipicità sensoriale di vini già consolidati; cardine di prodotti di nicchia inseriti in sistemi enogastronomici locali ed eco-compatibili; presenza in percorsi ecomuseali dedicati alla cultura materiale; componente di raccolte di risorse genetiche; fonte di geni per il miglioramento della vite del futuro. In tutti i casi, la relazione con il territorio e con le tecniche colturali storiche rimane centrale, così come la consapevolezza che non tutti i vini che se ne ricavano saranno uniformemente “buoni” secondo standard internazionali, né devono esserlo.
La sezione “Antichi vitigni italiani” del sito Cornucopia nasce in questo contesto: un patrimonio viticolo in gran parte silenzioso, ma ancora recuperabile, e una necessità crescente di riconnettere genetica, paesaggio e cultura materiale. Le schede raccolte in questa “Encyclopedia” documentano i vitigni antichi e minori italiani a partire da criteri condivisi: storia e diffusione, sinonimi, comportamento agronomico, caratteristiche morfologiche, profilo organolettico dei vini, territorio di riferimento e dati utili alla loro identificazione e conservazione.
In questo modo, la catalogazione non rimane un esercizio puramente tecnico, ma diventa uno strumento per comprendere meglio le “corrispondenze” profonde tra vitigno, territorio e comunità umane, e per restituire voce a una parte essenziale, spesso dimenticata, della viticoltura italiana.
Progetti collegati
Storia e tradizioni del vino – progetto Patreon
Per sostenere la ricerca sulle vecchie varietà e il loro reinserimento in ambito agricolo e ristorativo è stato avviato il progetto Patreon “Storia e Tradizioni del Vino”, ospitato in lingua inglese per ampliarne la portata internazionale.
Attraverso la pagina Patreon
https://www.patreon.com/ideacornucopiait
vengono sviluppate strategie di divulgazione e di proposta rivolte a produttori, ristorazione ed enoturismo, con l’obiettivo di:
- valorizzare i vitigni dimenticati come risorsa per la differenziazione territoriale;
- creare narrazioni storiche e tecniche utili a chi opera sul campo;
- rafforzare un modello di enoturismo legato alla biodiversità viticola e alla memoria dei luoghi.
Il Circolo dei Contadini Custodi
Accanto al lavoro di ricerca sui vitigni, Cornucopia è collegata al Circolo dei Contadini Custodi, un’associazione nata per creare una rete di custodi dell’agrobiodiversità. Ne fanno parte agricoltori, allevatori, ristoratori, professionisti e appassionati accomunati dall’obiettivo di proteggere razze animali, varietà vegetali e ricette tradizionali a rischio di scomparsa.
L’associazione promuove:
- la salvaguardia del patrimonio genetico locale;
- il mantenimento in azienda di varietà storiche e razze antiche;
- la trasmissione di saperi agronomici, zootecnici e gastronomici legati alle pratiche contadine.
Informazioni aggiornate su attività, modalità di adesione e iniziative sono disponibili sul sito e sui canali social del Circolo dei Contadini Custodi.
